Vertical farming: pro e contro dell’agricoltura verticale

Di Alessandro Campiotti

L’innovativo sistema di produzione vegetale consente di risparmiare suolo, acqua e pesticidi, massimizzando al contempo la produttività, ma presenta anche degli aspetti limitanti di cui tenere conto, come i costi di investimento, la scarsa diversificazione colturale e i consumi energetici.


Interni di una vertical farm (fattoria verticale)

Foto di Alessandro Campiotti


Le più recenti stime demografiche internazionali concordano sulla tesi che nei prossimi due decenni la popolazione mondiale potrebbe subire una forte crescita, fino a superare i 10 miliardi di abitanti nel 2050. Un tale aumento demografico comporterebbe una serie di sfide molto complesse per la società, che dovrà gestire problematiche improrogabili, quali l’aumento dell’urbanizzazione, il crescente consumo di suolo, la scarsità di acqua potabile (di cui il 70% utilizzata in agricoltura) e una maggiore richiesta di beni alimentari, il tutto in un contesto di evidenti cambiamenti climatici. Le stesse stime evidenziano che nel 2050 la quota di terra coltivabile a livello globale potrebbe essere nettamente inferiore rispetto a quella coltivata nei decenni precedenti (alcuni dati parlano addirittura del 30% in meno), e questo causerebbe situazioni di insicurezza alimentare in molte aree del pianeta. Di fronte a questi scenari, sorge la necessità di rendere gli attuali metodi di approvvigionamento alimentare più efficienti sotto il profilo del consumo di risorse naturali, come suolo, acqua e fonti energetiche.

Tra le soluzioni che possono contribuire ad aumentare la sostenibilità e la resilienza dei sistemi colturali tradizionali, c’è il vertical farming o agricoltura verticale, una tecnica di produzione vegetale sperimentata per la prima volta nel 2010. Si tratta di un metodo di coltivazione indoor, cioè all’interno di spazi chiusi, protetti e isolati dall’ambiente esterno, dove le piante crescono fuori suolo in sistemi verticali a più livelli, in cui risultano massimizzati la densità colturale, la protezione da fattori biotici e abiotici e il monitoraggio delle condizioni microclimatiche e di crescita tramite un’apposita sensoristica.

I fattori produttivi quali acqua e sostanze nutritive vengono combinati in una soluzione circolante costantemente a contatto con le radici vegetali, mentre la luce, di origine artificiale, viene modulata in modo tale da riprodurre il naturale fotoperiodo delle piante, ma selezionando, al tempo stesso, le lunghezze d’onda mirate a massimizzare il processo di fotosintesi, e questo consente di incrementare la produttività per unità di superficie. Inoltre, l’impiego di circuiti chiusi per la distribuzione della soluzione nutritiva tramite sistemi soil-less (fuori suolo) di tipo idroponico o aeroponico ne consente la filtrazione, la sterilizzazione e il ricircolo, ottenendo un risparmio di acqua variabile tra il 30% e il 90% rispetto alle tradizionali coltivazioni in serra. Un ulteriore vantaggio è rappresentato dall’opportunità di realizzare filiere molto corte, con produzioni locali a chilometro zero, che permettono un abbattimento dei consumi energetici legati alle operazioni logistiche di trasporto e spedizione.

Sebbene le soluzioni di vertical farming forniscano numerosi benefici, va data la giusta attenzione anche all’altra faccia della medaglia, che presenta alcuni aspetti limitanti e in alcuni casi svantaggiosi. Il primo ostacolo è rappresentato dagli elevati costi iniziali di realizzazione dell’impianto, dove sono previsti investimenti compresi tra i 1000 e i 3000 euro/m2, di gran lunga superiori rispetto ai 100-300 euro/m2 necessari in serra. In secondo luogo, c’è il tema dei consumi elettrici connessi all’ingente richiesta di luce e al mantenimento di un microclima con livelli di temperatura e umidità relativa ideali, che tuttavia possono essere ridotti ricorrendo a un’illuminazione LED a basso consumo energetico e alimentata da sistemi fotovoltaici. Infine, un terzo elemento di dibattito è legato alla scarsa diversificazione colturale delle fattorie verticali, che per il momento hanno mostrato ottimi risultati nella coltivazione di piante di piccola taglia e dal rapido ciclo colturale, come insalate, ortaggi, verdure a foglia e piante officinali, mentre sono ancora in fase sperimentale le coltivazioni di cereali, tuberi e piante da frutto, soprattutto all’interno di edifici e capannoni industriali in disuso.

Attualmente le vertical farm sono diffuse soprattutto nelle grandi città di USA, Canada, Cina, Giappone, Corea del Sud e Singapore, e rappresentano un valore di mercato che nel 2022 si aggirava intorno ai 5 miliardi di dollari, ma che potrebbe superare i 30 miliardi nel 2032 grazie all’impulso di finanziamenti da parte di portatori di interesse come banche, fondi di investimento e altri soggetti privati. In Italia, i numeri del settore descrivono ancora un mercato di nicchia, vincolato a prezzi di vendita relativamente elevati, che in alcuni casi possono raddoppiare i prezzi medi dei prodotti di serra o di pieno campo, e che pertanto risultano spesso proibitivi per le tasche di molti consumatori. Allo stesso tempo, c’è un target di consumatori disposto a sostenere i costi di una produzione di qualità e più rispettosa dell’ambiente, così come anche in Italia stanno progressivamente nascendo nuove realtà aziendali guidate da imprenditori giovani e specializzati, fiduciosi che la ricerca e l’innovazione consentiranno presto di efficientare i sistemi produttivi e migliorare il rapporto qualità/prezzo dei prodotti agroalimentari da agricoltura verticale.


Per approfondire:

Carotti L., Pistillo A., Zauli L., Meneghello D., Martin M,, Pennisi G., Gianquinto G., Orsini F.,
Improving water use efficiency in vertical farming: Effects of growing systems, far-red radiation and planting density on lettuce cultivation , Agricultural Water Management, Volume 285, 2023, 108365, ISSN 0378-3774,
https://doi.org/10.1016/j.agwat.2023.108365.

Magnano R., Contadini verticali, sostenibili e senza suolo, Radio 24 – 24 Ore Podcast, 2024.

Oh, S., & Lu, C. (2022). Vertical farming – smart urban agriculture for enhancing resilience and sustainability in food security. The Journal of Horticultural Science and Biotechnology, 98(2), 133–140.
https://doi.org/10.1080/14620316.2022.2141666

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Città energivore, fonti di inquinamento e salute umana

Di Alessandro Campiotti

Nuovi criteri di pianificazione urbana, riduzione degli sprechi e una corretta informazione sono tra le principali soluzioni per gestire il problema dell’inquinamento atmosferico e acustico nei centri urbani.

Corridoio vegetale nel centro della città di Siviglia (Spagna)
Foto di Alessandro Campiotti


Nell’attuale panorama europeo e mondiale, i processi di urbanizzazione sono in continua crescita, e si stima che nei prossimi anni oltre il 70% dei cittadini dell’UE vivrà nelle aree urbane, che, sebbene rappresentino appena il 4% della superficie, sono luoghi estremamente energivori, responsabili di oltre il 60% della produzione di gas climalteranti. Questi, oltre a condizionare i fenomeni climatici e atmosferici, determinano un sostanziale peggioramento della qualità dell’aria, che a sua volta incide negativamente sulla salute delle persone, causando ogni anno oltre 250.000 decessi prematuri in UE, di cui circa 60.000 in Italia. A questo proposito, la comunità scientifica mondiale concorda sul fatto che un’esposizione prolungata nel tempo ad elevate concentrazioni di inquinanti atmosferici – quali particolato, biossido di azoto e ozono – può essere correlata all’insorgenza di malattie respiratorie, cardiovascolari e tumorali sui soggetti più vulnerabili.
Una recente relazione della Corte dei Conti europea, dal titolo Inquinamento urbano nell’UE – Le città hanno aria più pulita, ma sono ancora troppo rumorose, afferma che l’inquinamento dell’aria non è il solo parametro che le città dovrebbero tenere sotto controllo, e pone l’attenzione anche su altre fonti inquinanti, quali il rumore e la luce. L’inquinamento acustico, in particolare, viene generato dall’insieme dei rumori ambientali prodotti dalle attività antropiche, primo tra tutti il traffico stradale, e può avere implicazioni negative sulla salute umana, causando disturbi del sonno, fastidio cronico e malattie cardiache. Allo stesso tempo, va ricordato che il mix di rumori nocivi può disturbare anche la biodiversità urbana, specialmente l’avifauna (insieme delle specie di uccelli), i cui esemplari possono avvertire una forte riduzione delle capacità sensoriali.

Negli ultimi decenni, lo sviluppo di nuove tecnologie e l’inasprimento delle norme europee in materia di inquinamento atmosferico nelle città, hanno determinato un sostanziale miglioramento della qualità dell’aria, che ha portato ad un rilevante contenimento dei decessi, ridotti del 41% in circa quindici anni: dai 430.000 del 2005 ai 250.000 del 2021. Per tali ragioni, l’UE ha destinato agli obiettivi in materia di riduzione dell’inquinamento atmosferico 46 miliardi di euro nella programmazione 2014-2020 e ben 185 miliardi nell’attuale programmazione 2021-2027. A questo proposito, per tenere sotto controllo la concentrazione dei principali inquinanti aerei, sono stati definiti dei valori soglia da non superare, e dei valori obiettivo da raggiungere, che i diversi stati devono monitorare costantemente, mentre è stata incentivata la realizzazione di mappe acustiche per la valutazione dei rumori ambientali nei centri urbani con più di 100.000 abitanti. La relazione della Corte, inoltre, sottolinea la necessità di un’azione sinergica da parte dei 27 stati UE, in quanto l’inquinamento atmosferico non rispetta i confini nazionali o regionali, ma ha un carattere transfrontaliero, e può essere soggetto a lunghi spostamenti se veicolato da forti correnti d’aria.

Tra le principali soluzioni individuate per migliorare la qualità dell’aria e contenere l’inquinamento acustico nelle città, ci sono l’introduzione di limiti alla circolazione dei veicoli più inquinanti, l’efficientamento energetico degli edifici, la riduzione degli sprechi alimentari, la sostituzione degli impianti di riscaldamento a biomassa, il potenziamento della produzione di energie da fonti rinnovabili e la realizzazione di infrastrutture e aree verdi per favorire la fitodepurazione dell’aria ed il contenimento dei rumori. Allo stesso tempo, non meno importante in questo processo di transizione risulta essere la corretta informazione dell’opinione pubblica per favorire la comprensione di questi interventi ed incentivarne l’interesse. Molto spesso, infatti, la scarsa accettazione dei nuovi criteri di pianificazione urbana deriva dalla limitata conoscenza dei benefici che nel tempo si possono ottenere per le comunità di persone e per l’ambiente.

Per approfondire:

Campiotti A.,
Inquinamento atmosferico e salute umana: l’importanza di migliorare l’aria che respiriamo
Ambiente, Risorse, Salute, 2024,
https://www.scienzaegoverno.org/?openpublish_article=inquinamento-atmosferico-e-salute-umana-limportanza-di-migliorare-laria-che-respiriamo.

Corte dei conti europea, Inquinamento urbano nell’UE – Le città hanno aria più pulita, ma sono ancora troppo rumorose, 2025,
https://www.eca.europa.eu/it/publications/SR-2025-02.

European Environmental Agency (EEA)
https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/air-pollution,

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Comunicare la biodiversità tramite l’arte, una sfida affascinante per un pubblico di ogni età


Di Alessandro Campiotti

La biodiversità è protagonista di due mostre che ne esaltano la ricchezza e le funzioni essenziali per il benessere umano, l’economia e il pianeta

Interni della mostra
Elogio della Diversità: un Viaggio negli Ecosistemi Italiani


L’esigenza di conservare la natura, i suoi variegati ecosistemi e la ricchezza di biodiversità che li costituisce, riscuote da tempo un crescente interesse nell’opinione pubblica ed ha assunto un ruolo centrale tra le tematiche che caratterizzano il dibattito scientifico, politico e culturale italiano e internazionale. I più recenti studi concordano sulla tesi che l’ambiente stia attraversando un periodo di grave difficoltà, dal momento che il proprio capitale naturale è soggetto ad una rapida diminuzione, con decine di migliaia di specie animali e vegetali in costante declino e spesso a rischio estinzione. Nonostante i paesi dell’area mediterranea siano tra i più ricchi di biodiversità, nel 2024 il WWF ha certificato un calo medio su scala globale delle popolazioni di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci del 73% rispetto al 1970. Nello stesso anno, il National Biodiversity Future Center (NBFC), primo centro di ricerca nazionale sulla biodiversità, ha sottolineato che i principali fattori di rischio per gli ecosistemi sono di origine antropica, cioè legati alle attività umane, come l’inquinamento, l’eccesso di consumo di suolo, l’agricoltura intensiva e gli incendi boschivi.

Per tali ragioni, la comunità scientifica e culturale italiana è impegnata da anni nella sfida alla divulgazione di questi temi, tramite azioni di finanziamento e promozione della conoscenza, per sensibilizzare le persone di tutte le età sulle questioni legate alla conservazione della natura e alle interconnessioni con la società. A questo proposito, lo scorso 27 novembre 2024 è stata inaugurata a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, la mostra dal titolo Elogio della Diversità: un Viaggio negli Ecosistemi Italiani, per sollevare una riflessione sul tema della perdita di biodiversità tramite il mezzo artistico. L’iniziativa – che avrà luogo fino al 30 marzo 2025 – è stata promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, e realizzata con il supporto scientifico di numerose realtà accademiche e della ricerca, come la Sapienza Università di Roma, l’Università degli Studi di Padova e il National Biodiversity Future Center (NBFC). Il percorso espositivo offre ai visitatori l’opportunità di immergersi tra le meraviglie naturali italiane, ed è suddiviso in settori tematici che indagano le peculiarità dei diversi ecosistemi – terrestre, marino, urbano – con un focus legato agli aspetti genetici che spiegano la varietà fenotipica del popolo italiano.
Alla ricca esposizione museale, caratterizzata da istallazioni e riproduzioni dei diversi habitat naturali, si aggiungono allestimenti interattivi e multisensoriali, incontri di approfondimento, laboratori didattici e visite guidate per le scuole, per finire con una rassegna cinematografica dal titolo Chi ha paura della natura?

Ricostruzione di un habitat terrestre all’interno dell’esposizione

Ma non è tutto, infatti il tema della biodiversità sarà presto protagonista di un’altra iniziativa promossa da National Geographic e National Biodiversity Future Center (NBFC), in collaborazione con il CNR, che prevede la realizzazione di una mostra fotografica interattiva dal titolo Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano, che sarà aperta al pubblico e alle scuole dal 20 gennaio al 30 aprile 2025 presso la sede centrale del CNR di Roma (Piazzale Aldo Moro 7). Nella stessa sede, il prossimo giovedì 16 gennaio alle ore 10.30, avranno luogo l’inaugurazione dell’evento e la preview stampa alla presenza di Luigi Fiorentino, Presidente del National Biodiversity Future Center, Maria Chiara Carrozza, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic.
In questo contesto, vale la pena ricordare che per favorire il riconoscimento del valore della natura, nel febbraio del 2022, il Parlamento italiano ha approvato la revisione dell’articolo 9 della Costituzione, introducendo tra i principi fondamentali dell’ordinamento la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

Per approfondire

Elogio della diversità | Palazzo Esposizioni Roma
https://www.nationalgeographic.it/il-paese-della-bioversita-mostra

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Immagini di intestazione: Interni dell’esposizione
Elogio della Diversità: un Viaggio negli Ecosistemi Italiani
(di Alessandro Campiotti)

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