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Il consumo di cibo al tempo del Covid-19

Secondo l’EFSA (European Food Safety Authority) non ci sono ancora prove che il Covid-19 possa trasmettersi all’uomo attraverso il contatto con il cibo e altri beni di consumo. L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) raccomanda di usare alcune indicazioni per il consumo di cibo e lo smaltimento dei rifiuti.


La trasmissione all’uomo del Covid-19 avviene per via aerea mediante lo stresso contatto con una persona già affetta e quindi trasportatrice del virus. Essa avviene soprattutto attraverso le “goccioline” respiratorie che le persone emanano quando respirano, tossiscono o starnutiscono. Nonostante l’EFSA (European Food Safety Authority) abbia sottolineato che ad oggi non ci sono prove che il virus possa trasmettersi all’uomo attraverso il contatto con il cibo e altri beni di consumo, i prodotti “Made in China”, e ormai anche quelli “Made in Italy”, hanno subito una forte caduta in termini di appeal tra i consumatori di tutto il mondo. Secondo una recente indagine pubblicata su FoodNavigator.com, la domanda di cibo cinese da parte dei consumatori è scesa del 33 per cento, mentre quella di cibo italiano del 24 per cento a livello globale. Per quanto riguarda il nostro Paese, le stime di Confcommercio prevedono perdite comprese tra i 5 e i 7 miliardi di euro, se l’emergenza Covid-19 continuerà fino a maggio. Inoltre, stando a quando ci dice la Coldiretti, l’emergenza in atto sta fortemente danneggiando la filiera agroalimentare nazionale, sia a livello di catena di produzione sia a livello di ristorazione, che in Italia vale oltre 500 miliardi di euro ogni anno, pari al 25 per cento del PIL nazionale, e occupa 3,8 milioni di occupati.

Va inoltre sottolineato che nel 2019 il nostro Paese, con 824 prodotti enogastronomici certificati come DOP (Denominazione di origine protetta), IGP (Indicazione geografica protetta) e STG (Specialità tradizionale garantita), si è aggiudicato il titolo di primo sistema agricolo-alimentare al mondo. Perciò, al tempo del Covid-19, che sta mettendo a dura prova la filiera a tutti i livelli, è importante privilegiare l’acquisto di prodotti “Made in Italy”. Il tutto adottando alcune fondamentali norme igieniche e di comportamento. A questo proposito, gli esperti raccomandano di utilizzare guanti per la spesa e la manipolazione di prodotti alimentari e per lavare frutta e verdura. In particolare, le principali agenzie internazionali, in primo luogo l’EFSA e l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), e il nostro ISS (Istituto Superiore di Sanità) raccomandano di seguire alcune indicazioni per il consumo di cibo.

 

Regole igieniche:

  • Lavarsi accuratamente le mani con acqua corrente e sapone o con un gel igienizzante. I virus non hanno membrana di protezione come i batteri, perciò possono essere facilmente eliminati;
  • Evitare di consumare alimenti freschi come frutta e verdura o appena prodotti come carne, pesce, uova e latte, poiché il tempo che intercorre tra la produzione e la raccolta e il loro consumo è utile per ridurre la vitalità dei virus;
  • L’OMS esorta a lavare sempre frutta e verdura prima di consumarla per evitare un’eventuale diffusione del virus. Il rischio maggiore risiede infatti nel maneggiare prodotti freschi e merci confezionate che siano state manipolate senza le dovute precauzioni o con le quali sia entrata in contatto una persona infetta. A tal proposito, l'emittente televisiva statunitense NBC2 ha riferito che il Covid-19 può vivere per ore su frutta e verdura e, di conseguenza, c’è il rischio di contaminazione;
  • Conservare e preparare separatamente prodotti a base di carne cruda e altri alimenti, soprattutto se questi non siano stati prima riscaldati.

 

Poiché i virus muoiono quando sottoposti al calore, il rischio di infezione può essere eliminato trattando i pasti a base di carne, pesce e uova con temperature non inferiori a 70 °C per almeno 2 minuti. È improbabile, secondo l’EFSA, che il virus sopravviva se è stato riscaldato perché gli studi scientifici precedenti, portati avanti su altri virus simili come la SARS, hanno dimostrato che una cottura accurata è efficace nell’uccidere il virus. Ovviamente, le attrezzature e le superfici venute a contatto con i prodotti alimentari devono essere lavati accuratamente con acqua calda e/o sapone detergente. Inoltre, l’OMS raccomanda di evitare potenziali contaminazioni tra cibi cotti e non, soprattutto durante la conservazione degli alimenti in frigorifero o nel congelatore, tenendo rigorosamente separati gli alimenti cotti da quelli crudi mediante contenitori sigillati.

 

Smaltimento dei rifiuti

Le linee guida realizzate dall’Istituto Superiore di Sanità per far fronte all’emergenza Covid-19 raccomandano di smaltire immediatamente i materiali di imballaggio e l'acqua di scongelamento dei prodotti. In particolare, se non si è positivi al virus, la raccolta differenziata può continuare come sempre, usando però qualche accorgimento in più rispetto al passato: in caso di raffreddore, l’ISS consiglia di smaltire i fazzoletti di carta nella raccolta indifferenziata, così da evitare la possibilità di contagio; invece, nell’ipotesi di quarantena obbligatoria, i rifiuti non devono essere differenziati, ma chiusi in sacchetti resistenti e isolati in locali inaccessibili agli animali domestici.  

 

Figura 1. Distribuzione geografica del numero cumulativo di casi COVID19 segnalati per 100000 abitanti, in tutto il mondo, al 14 marzo 2020 (European Centre for Disease Prevention and Control-An agency of the European Union).

 

I primi focolai da Covid-19 sono stati rilevati nella città di Wuhan (11 milioni di abitanti), capoluogo della provincia di Hubei, situata nella Cina orientale. Oggi la diffusione del virus, catalogata nei giorni scorsi dall’OMS come pandemia, ha contagiato 132 mila persone in 123 paesi del mondo, oltre 21 mila delle quali solo in Italia, e rappresenta una minaccia per la salute e l’economia a livello globale. 

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Città più sostenibili e con meno emissioni, le NBS rappresentano una soluzione

Le città ospitano il 50 per cento della popolazione mondiale, sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di CO2 e consumano il 75 per cento delle risorse naturali. Le NBS (Nature Based Solutions) giocano un ruolo fondamentale per raggiungere la “carbon neutrality”, uno dei principali obiettivi del Green deal europeo.


Nell'Unione europea il 40 per cento dell'energia finale per il riscaldamento e il raffreddamento è consumata nel settore residenziale, il 37 per cento nell'industria, il 18 per cento nei servizi (COM(2016) 51 final). A questo proposito, la Direttiva 2010/31/UE prevede che gli edifici privati che verranno realizzati dopo il 31 dicembre 2020 abbiano prestazioni energetiche "quasi pari a zero" (NZEB), mentre per quelli che appartengono alle pubbliche amministrazioni, tale obbligo vale già dal 2018. Successivamente, con la Direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica, l’Unione europea ha stabilito un quadro comune di misure per una strategia a lungo termine per la ristrutturazione degli edifici residenziali e commerciali, sia pubblici che privati, all'insegna dell'efficienza energetica. Tra le misure considerate per contenere i consumi energetici degli edifici e per sviluppare percorsi di edilizia virtuosi e paradigmi abitativi innovativi anche sotto il profilo ambientale, particolare importanza viene riconosciuta all’elemento vegetale rispetto alla riduzione dei consumi per il riscaldamento e il raffrescamento, come evidenziano la COM(2013) 249 final “Infrastrutture verdi – Rafforzare il capitale naturale in Europa” e la Direttiva (UE) 2018/844 del 30 maggio 2018, che modifica la precedente Direttiva 2010/31/UE. Entrambe, infatti, favoriscono lo sviluppo di soluzioni NBS (Nature Based Solutions) per sostenere la rigenerazione urbana, la diminuzione delle emissioni di gas serra, la resilienza e il miglioramento dell’efficienza energetica nelle città.

 

Fig. 1. Verde sui tetti (Manchester, GB)

 

Fig. 2. Verde sui balconi (Padova)

 

La "ri-naturalizzazione" urbana attraverso l’applicazione di soluzioni NBS è riconosciuta tra le principali azioni per raggiungere uno sviluppo urbano equo, inclusivo e sostenibile (European Commission, Towards an EU Research and Innovation policy agenda for Nature-Based Solutions & Re-Naturing Cities, 2015). Le NBS, inoltre, si presentano come soluzioni funzionali allo sviluppo di azioni volte a proteggere e ripristinare, ove necessario, gli ecosistemi naturali o modificati delle aree metropolitane, contribuendo al contempo a migliorare il benessere umano, la biodiversità animale e vegetale, la mitigazione e il contrasto al cambiamento climatico.

Il concetto di “renaturing cities” è stato recentemente riconosciuto dall’Unione europea come strategico per guidare lo sviluppo urbano sostenibile e inserito tra gli SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite come trasversale rispetto agli altri 17 obiettivi. A questo proposito, il Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), elaborato dal Ministero dello Sviluppo economico, ha posto tra i suoi temi prioritari la decarbonizzazione e l'efficienza enegertica, invitando le amministrazioni locali a impegnarsi per sviluppare appositi piani di sviluppo che pongano le NBS al centro del processo di rigenerazione delle città. L’impiego di sistemi vegetali si colloca poi all’interno degli obiettivi previsti dal Patto dei Sindaci del 2008 (The Covenant of Mayors) e tra quelli del più recente Global Covenant of Mayors for Climate and Energy del 2017.

 

Fig. 3. Verde sulle facciate (Roma)

 

Particolare attenzione è rivolta al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici attraverso la realizzazione di coltri vegetali disposte in modo orizzontale o verticale sugli edifici. Si tratta di una prospettiva per la progettazione di edifici "future proof", cioè "a prova di futuro", in linea con quanto indica il position paper dell’Alliance to Save Energy “Energy Efficiency: A Tool for Climate Change Adaptation. Tuttavia, da un lato, i sistemi vegetali contribuiscono a migliorare la sostenibilità ambientale ed energetica degli edifici, delle città e dei territori, dall’altro rappresentano un elemento vivo e dinamico che si sottrae alle regole di un’analisi prestazionale pensata e normalizzata per involucri di edilizia tradizionali. La crescita e lo sviluppo delle specie vegetali nelle aree urbane risulta, infatti, condizionata dalla stagionalità climatica e dalle caratteristiche termo-fisiche e ambientali delle aree costruite. Pertanto, le NBS richiedono valutazioni che comprendano sia la variabilità delle specie vegetali, sia la definizione dei parametri climatico-ambientali che caratterizzano il sito e le caratteristiche dei materiali costruttivi degli edifici sui quali si colloca il verde. La loro diffusione concorre alla ricostruzione di una dimensione ecologica delle aree metropolitane: la creazione di spazi naturali favorisce la nidificazione degli uccelli e la crescita di fioriture per le api; la realizzazione di orti urbani è utile alle economie famigliari e giardini pensili e tetti verdi contribuiscono a diminuire i deflussi della pioggia e a raccogliere l'acqua piovana per l'irrigazione degli stessi sistemi vegetali. I benefici derivanti dall'adozione di questo tipo di soluzioni si riflettono anche nella mitigazione del clima urbano, nella diminuzione del fenomeno delle "isole di calore" e, grazie all'ombreggiamento nei confronti della radiazione solare, in minori costi per la climatizzazione degli edifici (le facciate dell'edificio si riscaldano di meno). Tenuto conto che le città, dove vive il 50 per cento della popolazione mondiale, sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di CO2 e del consumo del 75 per cento delle risorse naturali a livello globale, le NBS giocano un ruolo fondamentale per raggiungere l’obiettivo della “carbon neutrality”, contenuto nel Green deal, che impegna gli Stati membri dell’Unione europea a non emettere più gas serra di quanti ne possano assorbire i carbon sink, ossia i "dispositivi" naturali di sequestro della CO2 (agricoltura, foreste, parchi urbani, pareti verdi, ecc.).


Foto nell'articolo: www.ecowave.it

 

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Agricoltura fondamentale per raggiungere la “neutralità climatica” in Europa

Agricoltura e silvicoltura responsabili del 25 per cento delle emissioni di gas serra a livello globale. Secondo la Commissione europea, il settore primario è fondamentale per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050 e, come sottolinea la PAC 2021-2027, strategico per centrare l'obiettivo europeo "emissioni zero". 


Tra i principali obiettivi del Green Deal figurano sia il contrasto al riscaldamento globale, con le misure atte a mantenerlo entro gli 1,5 °C entro la fine del secolo, sia il sostegno allo sviluppo di un modello di produzione di beni alimentari più sostenibile. Alla luce di tali obiettivi, il sistema agricolo-alimentare risulta essere strategico per rispettare gli impegni che si è data la Commissione europea rispetto al raggiungimento (il più presto possibile) della “neutralità climatica”, ovvero un’Europa “emissioni zero”, entro il 2050. In altre parole, per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro la soglia degli 1,5 °C ed evitare gli effetti deleteri del cambiamento climatico è fondamentale raggiungere l’equilibrio tra emissioni di CO2 e assorbimento di carbonio. L’obiettivo finale consiste nel tagliare le emissioni di gas serra, in particolare quelle di anidride carbonica, metano e protossido di azoto, al 2030 tra il 50 e il 55 per cento rispetto ai livelli del 1990. In questo contesto, la strategia “Farm to Fork” rappresenta uno strumento importante del Green Deal per la modernizzazione, in termini di sostenibilità energetica e ambientale, del settore agricolo-alimentare. Per raggiungere questo traguardo, la Commissione europea ha sottolineato nella nuova PAC 2021-2027, la necessità di minimizzare l’impiego di energie tradizionali a favore delle rinnovabili e di ridurre l’uso di fitosanitari e fertilizzanti da sintesi chimica. A livello globale, l’agricoltura e la silvicoltura, in particolare la gestione degli allevamenti e l’uso dei fertilizzanti, causano circa il 25 per cento delle emissioni di gas serra (CH4, N2O, CO2).

 

Figura 1. Emissioni di CO2 a carico del settore primario (Fonte: ISPRA)

 

La Commissione europea pone inoltre l’accento sulle potenzialità dell’agricoltura biologica che, oltre a minimizzare l’impiego di energia fossile, riduce l’uso di fertilizzanti e fitosanitari di sintesi, che in Italia superano i 5 kg/m2, a fronte di un consumo medio negli altri paesi europei non superiore ai 3,8 kg/m2. Non va poi trascurato l’inquinamento dovuto alla plastica utilizzata nell’agricoltura protetta. Nel nostro Paese, ad esempio, le serre coprono una superficie di 42 mila ettari, di cui 5 mila adibiti a colture orticole e 37 mila a coltivazioni floricole.

 

Figura 2. Agricoltura protetta in Italia

 

Per quanto riguarda il consumo di materiali plastici, flessibili e rigidi, i dati parlano di 85 mila tonnellate per le colture protette (serre, tunnel, piccoli tunnel) e 27.000 tonnellate per la pacciamatura delle colture agrarie forzate o semi-forzate. Il più delle volte, buona parte di questi enormi quantitativi di plastica non vengono opportunamente raccolti e riciclati, con rilevanti conseguenza in termini di inquinamento in questo tipo di aree agricole. 

 

Figura 3. Tipologie di serre

 

Figura 4. Rifiuti di plastica in agricoltura

 

Stando ai dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA), il riscaldamento globale sembra favorire non solo l’insorgere di eventi climatici estremi, ma risulta essere legato anche all’inquinamento atmosferico. Ciò rende l’Italia particolarmente esposta non solo a eventi meteorologici estremi ed improvvisi, ma anche al rischio di un aggravamento dello stato di qualità dell’aria, soprattutto nelle aree urbane. Secondo l’AEA, l’Italia, con 65 miliardi di euro di costi e 25 mila decessi tra il 1980 e il 2017, sarebbe addirittura il Paese europeo più colpito dagli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico.

 

Figura 5. Numero di eventi atmosferici estremi registrati in Italia dal 2008 al dicembre 2019

 

L’attenzione che in questo momento viene riposta sul Green Deal europeo non nasce solo sulla base di semplici considerazioni di carattere ambientale, ma anche da una più forte e diffusa consapevolezza che l’attuale sistema energetico non è più compatibile né con le esigenze dell’impresa né con quelle della collettività, considerato l’elevato prezzo da pagare in termini ambientali, climatici, sociali ed economici. In questo contesto, un significativo contributo proviene dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, dall’Accordo di Parigi per il clima e dallo Special Report dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), pubblicato a ottobre 2018, a distanza di poche settimane dalla COP24, che si è tenuta a dicembre dello stesso anno a Katowice, in Polonia.


Foto 3 e 4: Carlo Alberto Campiotti