Ghiacciai si sciolgono

I ghiacciai si sciolgono e gli oceani sono sempre più caldi, l’Ipcc lancia l’allarme

L’ultimo rapporto dell’Ipcc, pubblicato in occasione del Climate Action Summit di New York, spiega, senza lasciare spazio all’ottimismo, la profonda interrelazione tra il cambiamento climatico e la vita di oceani e ghiacciai. 


Gli oceani coprono il 71 per cento della superficie terrestre e i ghiacciai un altro 10 per cento. Essi nutrono e dissetano tutti noi, indipendentemente dal luogo nel quale viviamo, mitigano il clima e sono di vitale importanza per la maggior parte degli ecosistemi terrestri. Perciò l’intera umanità dipende enormemente da questa enorme massa d’acqua. Per fare il punto della situazione sulle condizioni di salute degli oceani e della criosfera, cioè la parte di superficie terrestre coperta dai ghiacciai, l’Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico) ha pubblicato un rapporto speciale dal titolo “The Ocean and Cryosphere in a Changing Climate”, dedicato agli effetti del cambiamento climatico su oceani e ghiacciai. Il rapporto, presentato il 25 settembre a Monaco, ma i cui contenuti principali erano stati già resi noti nelle settimane precedenti, costituisce una lunga e dettagliata analisi (oltre 900 pagine) sugli effetti preoccupanti del cambiamento climatico sulla vita degli ecosistemi oceanici, costieri, polari e montani. Nel rapporto si sottolinea come la fusione dei ghiacciai, assieme al processo di espansione termica, stia facendo risalire il livello degli oceani molto più rapidamente di quanto abbiamo prognosticato gli scienziati nei calcoli sinora effettuati.

Stando ai dati del rapporto, dal 2005 al 2015, i due poli hanno perduto oltre 400 miliardi di tonnellate di massa all’anno; il che corrisponde ad un innalzamento degli oceani di circa 1,2 millimetri all’anno. Nello stesso decennio, i ghiacciai delle montagne hanno perso 280 miliardi di tonnellate di massa ogni anno a livello globale e, dati alla mano, il rapporto indica che la crescita complessiva attesa di qui alla fine del secolo sarà di almeno 40 centimetri. Il tutto, considerando uno scenario, per così dire, “ottimistico” in termini di riscaldamento globale, ovvero immaginando che l’Accordo di Parigi (firmato da 195 paesi del mondo e che sarà operativo a partire dal 2020) sia rispettato e che l’aumento della temperatura media globale sia contenuto entro i 2 gradi centigradi entro il 2100 (rispetto ai livelli preindustriali, cioè quelli relativi al 1850). Se invece non venisse rispettato l’Accordo di Parigi e non si dovessero attuare le misure auspicate per contrastare il cambiamento climatico, l’asticella potrebbe spostarsi verso un aumento della temperatura globale di 3 o anche 4 gradi centigradi, con conseguenze devastanti per il nostro pianeta. Per dare un’idea della drammaticità dello scenario appena ipotizzato, l’Ipcc indica che l’aumento della temperatura globale potrebbe provocare un aumento del livello degli oceani di 84 centimetri entro la fine del secolo. Aumento che, a sua volta, potrebbe spingere oltre 280 milioni di persone nel mondo ad abbandonare la propria terra a causa di inondazioni e maremoti. Per non parlare poi delle barriere coralline, dalle quali dipendono direttamente o indirettamente gli equilibri del pianeta e la vita di circa 500 milioni di persone, che, a causa dell’aumento della temperatura degli oceani, rischiano di scomparire quasi del tutto entro la fine del secolo. L’Ipcc sottolinea inoltre che in alcune aree del mondo, in particolare in Asia e in Europa, lo scioglimento dei ghiacciai montani potrebbe avere conseguenze senza precedenti. Solo i ghiacciai attorno alla catena montuosa dell’Himalaya, che rappresentano una fonte idrica di vitale importanza per 250 milioni di abitanti che abitano nelle valli circostanti e che alimentano numerosi fiumi che complessivamente raggiungono oltre 1 miliardo e mezzo di persone, al ritmo attuale, potrebbero ridursi di un terzo. E ciò anche se il riscaldamento globale dovesse essere contenuto entro la soglia degli 1,5 gradi centigradi. Se, invece, dovesse rimanere tutto allo stato attuale, la perdita sarebbe pari ai due terzi.

L’Ipcc lancia poi un altro allarme: in futuro occorrerà aspettarsi eventi come slavine, valanghe e inquinamento idrico con maggiore frequenza. E ciò a causa della fusione del permafrost, cioè lo strato di suolo perennemente ghiacciato tipico delle regioni del Nord Europa, della Siberia e del Canada, che ha cominciato a sciogliersi progressivamente, in particolare negli ultimi anni, dove sono contenute riserve di mercurio per oltre 800 milioni di tonnellate. Non solo. La fusione del permafrost, sottolinea il rapporto, rischia di produrre la fuoriuscita di miliardi di tonnellate di gas ad effetto serra rimasti sino ad oggi intrappolati sotto il ghiaccio, oltre a far riemerge batteri e virus ormai estinti. La sfida dei prossimi anni, sottolinea l’Ipcc, passerà attraverso due azioni fondamentali: da un lato, mitigare, cioè far sì che gli effetti del cambiamento climatico abbiano conseguenze il meno devastanti possibile; dall’altro, adattarsi e prepararsi ad esse nel modo più efficace possibile. Per entrambe, però, servono misure coraggiose e di lungo respiro. In questo senso, l’annuncio del governo tedesco di voler investire 100 miliardi di euro di qui al 2030 in misure atte a contrastare il cambiamento climatico lascia ben sperare


L’immagine d’intestazione dell’articolo mostra un’istallazione di 2.500 metri quadrati contenente 125 mila messaggi e disegni elaborati dai bambini di 35 paesi del mondo. L’istallazione, realizzata dalla Direzione per lo sviluppo e la cooperazione svizzera e dalla Fondazione WAVE, si trova sul ghiacciaio dell’Aletsch, in Svizzera e ha l’obiettivo di porre l’accento sulla necessità di agire per limitare le conseguenze devastanti del cambiamento climatico.

La foto è di Fabrice Coffrini 

 

Nomisma osservatorio packaging largo consumo

I consumatori italiani sempre più green

Dai dati dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo realizzato da Nomisma in collaborazione con Spinlife-Università di Padova emerge che i  consumatori sono ogni giorno più coscienti che l’ambiente deve essere sempre più al centro dell’agenda politica. 


Il tema occupa il terzo posto delle priorità di oggi per il 37% degli italiani (in relazione alla risposta multipla) – dopo disoccupazione (56%) e tasse (39%) e conquista la medaglia d’oro delle richieste per il 2050 e come testimoniato dal Fridays for Future sono soprattutto i giovani under 30 a chiedere a gran voce massima priorità all’attenzione sull’ambiente: 1 giovane su 2 si aspetta che i politici “scendano in piazza” con loro promuovendo normative stringenti e promuovendo ogni forma di sviluppo sostenibile. 

Per quanto riguarda gli impegni concreti della vita quotidiana dei giovani di oggi: l’82% dichiara di essere disponibile a ridurre al minimo gli sprechi (dall’acqua alla luce, dalla plastica al cibo) e il 70% opta per aziende di cui condivide i valori, impegnate nella salvaguardia dell’ambiente.

Le tematiche ambientali che preoccupano di più sono il riscaldamento climatico (citato dal 56% degli italiani – considerando l’insieme delle citazioni fornite), l’inquinamento delle acque (54%), l’inquinamento atmosferico e la deforestazione(39% per entrambi).

Tra i problemi più grossi quello della plastica, tema sempre più centrale del dibattito sia per le campagne di sensibilizzazione che per l’approvazione della nuova direttiva comunitaria che porterà al divieto della plastica monouso entro il 2021. La crescente consapevolezza impatta in maniera sempre più decisiva sulle scelte di acquisto delle famiglie italiane, spingendole verso la ricerca e la richiesta di prodotti sostenibili con ridotto impatto ambientale.

 

Packaging con minore impatto ambientale

Importante la disponibilità a pagare per un packaging con minore impatto ambientale: il 67% degli italiani dichiara poca disponibilità a riconoscere un differenziale di prezzo (40% non è per nulla disposto a sostenere un costo superiore, un ulteriore 26% potrebbe farlo ma dichiara una disponibilità comunque debole che all’atto di acquisto potrebbe essere neutralizzata.

La sostenibilità ambientale è un traguardo necessario per la competitività dei retailer e dei produttori e per la filiera che essi rappresentano. “Per conoscere e migliorare la sostenibilità dei packaging nel largo consumo, è necessario partire da misure riconosciute e fondate su solide basi scientifiche” spiega Alessandro Manzardo, socio fondatore di Spinlife Spin-off dell’Università di Padova, “grazie a Marketplace Footprint, un modello di calcolo della Carbon Footprint (impronta climatica) siamo in grado di quantificare e monitorare l’impatto dei packaging presenti negli scaffali dei supermercati”. Con il modello adottato dall’Osservatorio Packaging Nomisma-Spin Life è possibile fornire strumenti di misurazione dell’impatto ambientale delle scelte così da stimolare un’azione congiunta tra retailer e fornitori dei beni di consumo, in modo da sensibilizzare e attivare tutta la filiera su scelte che risultano determinanti per la sostenibilità ambientale.

Secondo Nicola De Carne Retailer Client Business Partner NIELSEN  “I primi segnali incoraggianti di una sensibilità crescente nei confronti dell’ambiente sono confermati dai dati Nielsen sulle vendite in iper e super che evidenziano un aumento del 2% del valore delle vendite di prodotti ecosostenibili. Nell’ultimo anno, il valore del mercato “green” ha raggiunto i 6,5 miliardi di euro, di cui 3,1 miliardi sono imputabili al giro d’affari generato dai prodotti con certificazioni Ecocert, Ecolabel, Sustainable e FSC, Certo è che solo il 16% delle aziende propongono referenze green”.

Per Paolo Palomba, Partner di IPLC Europe “Bisogna agire presto: le pressioni di media, consumatori, organizzazioni, istituzioni crescono, occorre avviare presto la strada su cosa fare, come farlo, con quale priorità. Il packaging è l’ambito prioritario e fondamentale per praticare la sostenibilità, soprattutto per i retailer, che sono chiamati a guidare la collaborazione nella supply chain in quanto gestori della relazione diretta con milioni di acquirenti e consumatori nell’ultimo miglio, nei punti di vendita e con le Private Label”.

Per Silvia ZUCCONI, Responsabile Market Intelligence Nomisma “Con l’Osservatorio Packaging Largo Consumo, Nomisma grazie alla collaborazione con Spin Life propone uno strumento per supportare i Retailer a disegnare uno scaffale più sostenibile, attraverso l’individuazione di packaging a più alto impatto di CO2 e misurando il premio di sostenibilità collegato ai nuovi materiali.”


Fonti:

Osservatorio Nomisma Packaging Largo Consumo, 2019 e Rapporto COOP 2019 su dati WWF

Nomisma

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Come sarà Roma nel 2030? Una ricerca prova a tracciare il futuro della Capitale

Al Tempio di Adriano, sede della Camera di Commercio di Roma, si è tenuta una giornata di dibattiti e proposte sul futuro della Capitale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tagliavanti: "Dal futuro della Capitale dipende il futuro dell'Italia".


Come sarà Roma nel 2030? Sarà una città innovativa, una smart city attrattiva, una metropoli del turismo di qualità, avrà poteri rafforzati, riuscirà a competere con le altre capitali europee e del resto del mondo? A queste, e a molte altre domande, ha cercato di dare risposta un gruppo di esperti coordinato dal prof. Domenico De Masi in una ricerca dal titolo Roma 2030. Il destino della capitale nel prossimo futuro (edita da Einaudi). La ricerca, presentata mercoledì 18 settembre al Tempio di Adriano, sede suggestiva della Camera di Commercio di Roma (che l’ha commissionata), alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Sindaca di Roma Virginia Raggi, rappresenta uno scenario dettagliato di come sarà Roma tra appena undici anni, cioè nel 2030, se il suo governo continuerà a seguire i criteri sinora adottati. Si tratta di una analisi sui punti di forza e quelli di debolezza della città di Roma, relativamente ad una serie di questioni. Dalla posizione strategica della città rispetto alle altre capitali europee, al ruolo esercitato dalla Chiesa cattolica sulla vita della città e dei suoi abitanti; dalle prospettive economiche, alla pubblica amministrazione e al terzo settore; dal sistema delle infrastrutture – che, sanno bene i romani, da anni riversano in uno stato di semiabbandono e incuria – al rilancio culturale, passando per la qualità della vita e le diseguaglianze sociali.

“La presenza del Capo della Stato in questa Sala, che appartiene a uno dei monumenti più straordinari della Roma antica, – ha affermato Lorenzo Tagliavanti, Presidente della Camera di Commercio di Roma – riveste un grande valore. Ci conferma, infatti, la validità della nostra convinzione che la città di Roma appartiene a tutti gli italiani e non solo ai romani, che pure si pregiano di viverci e lavorarci”. “Dal futuro della Capitale dipende il futuro dell'Italia. Ciò ci induce – ha continuato Tagliavanti – a sollecitare un impegno che chiama in causa tutto il Paese, in un’ottica di rilancio delle prospettive di sviluppo dell’Italia. Perché lo stato di salute economico e sociale di Roma coincide con lo stato di salute economico e sociale dell’intera nazione”. La provincia di Roma è quella che conta il maggior numero di occupati in Italia, oltre 1,8 milioni, ed è, accanto a Milano, il fulcro produttivo del Paese. Inoltre, nella sola città di Roma, operano più di 500 mila imprese e ciò significa che la Capitale non vive solamente di lavoro pubblico e turismo, ma gode anche di un rilevante tessuto produttivo. Perciò, se si traccia una nuova via da seguire per Roma, si valorizza un patrimonio produttivo – e culturale – che coinvolge non solo la città, bensì l'Italia intera. Di questo sono convinti gli esperti che hanno curato la ricerca e che hanno preso parte al convegno. “Per centrare l'obiettivo – ha sottolineato Tagliavanti – Roma merita di essere dotata di poteri adeguati a gestirne dimensione e complessità, in linea con quanto già avviene in tutte le grandi capitali europee, che beneficiano da tempo di una legislazione e di uno status speciale”.

Consapevole della necessità di un cambio di passo nella visione progettuale della città di Roma è anche Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), nel gruppo di esperti che ha elaborato la ricerca. “Dopo Benito Mussolini – ha osservato de Rita – non c’è più stato un soggetto che abbia avuto l’ambizione di ridisegnare la città di Roma e, negli ultimi anni, abbiamo avuto sindaci sempre meno significativi”. “Bisogna uscire da questa situazione di mediocrità nella quale è caduta la città perché, difficilmente, potranno tornare uomini come Ernesto Nathan (che ha governato Roma dal 1907 al 1913 e che, nell’immaginario collettivo dei romani, rimane uno dei migliori sindaci che la città abbia mai avuto), ha ricordato De Rita. “Nei miei 45 anni di studio e di ricerca sulla città di Roma – ha sottolineato De Rita – ho capito che questa città ha bisogno soprattutto di semplificazione della sua struttura complessiva”. Il messaggio chiave lanciato dalla giornata organizzata dalla Camera di Commercio di Roma è che si passi finalmente dalle parole ai fatti, dalla fase previsionale a quella progettuale. Solo così, sottolinea la ricerca, Roma potrà tornare nel prossimo futuro a essere una città-guida a livello globale, una “città-mondo”.


Foto d’intestazione: Andrea Campiotti

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