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La sostenibilità delle città tema chiave dell’Agenda internazionale

Nonostante occupino solamente il 3 per cento della superficie terrestre, le città consumano l’80 per cento delle risorse naturali e producono il 70 per cento delle emissioni di CO2 a livello globale. Secondo stime del think tank internazionale Brookings Institution, le prime 300 aree metropolitane del pianeta generano quasi la metà dell’output economico globale, sebbene ospitino appena il 20 per cento della popolazione mondiale. Milano punta sulla sostenibilità ambientale e si pone come città-modello a livello europeo.


Il ruolo delle città nell’Agenda internazionale

Le grandi città del mondo hanno ormai assunto un ruolo di primo piano sotto il profilo socio-economico, ambientale ed energetico. Attualmente, a livello globale, il 55 per cento dei 7,5 miliardi di persone che abitano il pianeta risiede nelle aree urbane e il numero è destinato a salire al 70 per cento entro il 2050, quando la popolazione mondiale avrà raggiunto, stando alle stime, 9,7 miliardi di persone. Nonostante occupino solamente il 3 per cento della superficie terrestre, le città consumano l’80 per cento delle risorse naturali e producono il 70 per cento delle emissioni di CO2 a livello globale. Secondo l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, nei prossimi anni, le città giocheranno un ruolo fondamentale per il benessere e la sicurezza dei cittadini, ma presenteranno anche problemi di ordine economico, sociale ed ambientale. A questo proposito, conviene sottolineare che il Goal 11 dell’Agenda 2030 dichiara che la comunità internazionale ha il compito di “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili” entro il 2030. L’obiettivo fissato dalle Nazioni Unite richiede l’adozione di politiche incentrate sulla sostenibilità ambientale ed energetica delle città e sullo sviluppo inclusivo in termini di riduzione delle disuguaglianze sociali (Goal 10), di rispetto della dignità del lavoro (Goal 8), di azzeramento della povertà (Goal 1) e della fame (Goal 2), di garanzia di un’istruzione di qualità per tutti i cittadini (Goal 4). Secondo il think tank internazionale Brookings Institution, le prime 300 aree metropolitane del pianeta generano quasi la metà dell’output economico globale, sebbene ospitino appena il 20 per cento della popolazione mondiale. Perciò si capisce il ruolo fondamentale giocato dalle città. Tokyo, ad esempio, ha un output economico paragonabile a quello della Corea del Sud, ovvero la quindicesima economia al mondo. New York rappresenta un’economia che per dimensioni raggiunge quella del Canada e lo stesso avviene per Los Angeles rispetto all’Australia e per Londra rispetto ai Paesi Bassi. In altri termini, le grandi città del mondo rappresentano i centri fondamentali dell’economia globale e la loro importanza è destinata a crescere nei prossimi anni. Se negli anni delle società industriali la percentuale dei lavoratori operai arrivava anche al 90 per cento del totale, nelle società di oggi, caratterizzate sempre di più dalla produzione di beni immateriali e da economie dell’informazione basate sulle tecnologie digitali, l’occupazione intellettuale ed impiegatizia supera quella operaia, ormai ridotta alla metà della popolazione complessiva. Le conseguenze dell’urbanizzazione e della forte concentrazione economica nelle città si riflettono tuttavia negativamente sulla vita dei cittadini poveri o con redditi bassi che, a differenza delle classi più agiate, che vivono nei quartieri migliori e che usufruiscono di una moltitudine di servizi, si trovano costretti a vivere in aree urbane e sobborghi caratterizzati da infrastrutture ed edifici degradati e servizi limitati.

 

Il programma lanciato dall’Unione europea

Per far fronte a queste problematiche, l’Unione europea, a partire dal 2016, ha elaborato un dossier relativo a 10 mila centri urbani sparsi per il mondo, che sarà presentato alle Nazioni Unite a marzo del prossimo anno. Il dossier, realizzato insieme con la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e la Bancamondiale, mira a realizzare un programma condiviso di cooperazione internazionale urbana tra le principali città del mondo. Attualmente, il programma vede la partecipazione di 70 città del mondo, 35 delle quali si trovano nei paesi dell’Ue, le cui amministrazioni stanno lavorando a piani d’azione locali dedicati alla qualità dell’ambiente urbano, dell’accesso alla risorse idriche, dei trasporti e della salute dei cittadini che vivono nelle città. Tra le città che partecipano al programma ci sono Oslo, che di recente ha annunciato di voler diventare la prima città senza auto entro il 2019, Parigi, che negli ultimi anni ha realizzato numerose zone pedonali e parchi all’interno della città, tra i quali anche la nota “Promenade plantée” (Figura 1). Nel programma sono coinvolte inoltre Chicago e New York, dove nel 2011 è stata inaugurata la High Line, una ferrovia sopraelevata dismessa trasformata in passeggiata verde e luogo di svago. Nelle città si stanno poi diffondendo varie forme di bike sharing, spesso senza stazioni di riconsegna, non soltanto in Europa, ma anche in Cina, dove il trasporto su bicicletta in città è passato negli ultimi due anni dal 5,5 all’11,6 per cento del totale, con notevoli benefici in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico e di miglioramento della qualità di vita dei cittadini. Londra ha recentemente approvato  una serie di progetti urbani tra i quali il “100 Pocket Parks”, che prevede la realizzazione di cento nuovi parchi in 26 quartieri della città, e il “National Park City”, che mira a ricoprire la capitale londinese di infrastrutture verdi (Green Roof and Walls).

 

Figura 1. Scorcio della Promenade plantée, a Parigi (foto: Andrea Campiotti)

 

Milano punta sulla sostenibilità ambientale

Quando si parla di progetti improntati alla sostenibilità ambientale delle città, non si può non citare Milano che con il suo Bosco Verticale (Figura 3), realizzato nel 2014, ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, ponendosi come modello di densificazione della natura all’interno della città. A Milano sono in corso numerosi programmi di inverdimento di balconi, terrazzi e pareti degli edifici, sia pubblici che privati. In questo modo, la città ha avviato una rapida riconversione degli edifici urbani all’insegna della sostenibilità, diminuendo le “isole di calore” (heat island), tutelando la biodiversità vegetale e animale, diminuendo l’inquinamento atmosferico e migliorando la qualità di vita dei cittadini

 

Figura 2. Bosco Verticale a Milano (foto: Andrea Campiotti)


Fonti per approfondire:

  • Il ritorno delle città stato. Aspenia, 2018.
  • Javier Echeverria, Telepolis. La nuova città telematica. Laterza, 1994.
  • Urban Agenda for the EU. ec.europa.eu .

 

Nota:

L’immagine d’intestazione dell’articolo mostra una parte dello skyline di Milano. La foto è stata scattata da Andrea Campiotti (autore dell’articolo).

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Il ruolo chiave del biogas nel panorama energetico europeo

L’Italia, con i suoi 1.300 impianti e 2 Mtep di biogas prodotto ogni anno, rappresenta il terzo mercato in Ue (a 28), dopo Germania e Gran Bretagna. L’ultima Strategia Energetica Nazionale prevede, entro i prossimi dieci anni, di coprire del 30 per cento i consumi energetici derivanti dal trasporto pesante su strada e del 50 per cento quelli del trasporto navale attraverso il GNL (Gas Natuale Liquefatto). Il tutto è in linea con la direttiva europea sulle energie rinnovabili RED II che punta a coprire il 14 per cento dei consumi energetici del settore dei trasporti attraverso fonti rinnovabili entro il 2030.


Le potenzialità del biogas

L’Italia si attesta al terzo posto nella classifica dei Paesi dell’Ue (a 28) per consumi di energia da fonti rinnovabili, con una quota complessiva pari al 17,41 per cento del totale dell’energia utilizzata a livello nazionale (21,1 milioni di Mtep nel 2016). Grazie ad una serie di provvedimenti del Ministero dello sviluppo economico, presi di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, in tema di produzione di gas da fonti agricole (biogas e biometano), il biogas si configura, per i prossimi dieci anni, come una risorsa naturale di prioritaria importanza nel panorama energetico italiano. Nell’ambito degli obiettivi europei fissati per il decennio 2020-2030 in tema di riduzione delle emissioni di gas serra e di sviluppo delle energie rinnovabili, la produzione di biogas rappresenta una soluzione alternativa al tradizionale smaltimento degli scarti agricoli e di quelli provenienti dagli allevamenti animali. Il biogas prodotto attraverso scarti zootecnici, così come quello derivante dalla lavorazione della frazione organica dei rifiuti urbani, si forma spontaneamente dalla fermentazione di materia organica. Tuttavia, per essere utilizzabile e acquisire un valore economico, deve essere prima captato e accumulato, al fine di evitarne la dispersione nell’ambiente. Solo in seguito potrà essere bruciato per produrre calore ed energia elettrica. A livello Ue (a 28), nel biennio 2016 – 2017, sono stati prodotti 16,1 Mtep di biogas (Figura 1) che hanno contribuito alla produzione di oltre 62 TWh (terawattora) di energia elettrica.

 

Figura 1. Produzione di biogas nell’Ue (a 28) in ktep (fonte: EurObserv'ER2017)

 

La produzione di biogas presenta enormi potenzialità anche nella valorizzazione della Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano (FORSU), ovvero dalla raccolta differenziata dell’umido. Dalla raffinazione del biogas è possibile ottenere il biometano utile per l’alimentazione dei trasporti. Di conseguenza, la produzione di biogas, ottenuto attraverso matrici organiche a base di carbonio, che derivano a loro volta dai sottoprodotti agricoli, dai reflui zootecnici e dalla coltivazione di piante non alimentari, rappresenta una componente fondamentale del settore energetico nazionale. Le quantità in surplus di biogas, che non sono necessarie alla produzione di calore ed elettricità ai fini della richiesta di energia da parte delle aziende agricole, possono essere convertite in biometano attraverso la raffinazione del biogas. Quest’ultimo viene generato attraverso il processo della digestione anaerobica di sostanze organiche che consente di eliminare le impurità presenti nel biogas prima della sua immissione sotto forma di biometano nella rete nazionale.

 

L’Italia leader nel settore delle bioenergie

La produzione di bioenergie in Italia è in linea con la direttiva europea sulle energie rinnovabili RED II, che prevede di portare le energie rinnovabili a coprire il 32 per cento del consumo energetico lordo dell’Unione europea entro il 2030. La direttiva prevede inoltre, sempre entro lo stesso periodo di tempo, che almeno il 14% dei carburanti utilizzati nel settore dei trasporti sia prodotto attraverso fonti di energia rinnovabili. L’Italia, con i suoi 1.300 impianti e 2 Mtep di biogas prodotto ogni anno, si colloca al terzo posto nella classifica dei paesi produttori di biogas in Ue, dopo Germania e Gran Bretagna (Figura 2).

 

Figura 2. Produzione in UE (a 28) di biogas in ktep (fonte: EurObserv'ER2017)

 

La strategia relativa alla produzione di gas (biogas e biometano) compare poi tra gli obiettivi previsti dall’ultima Strategia Energetica Nazionale, che punta a coprire, entro i prossimi dieci anni, il 30 per cento dei consumi energetici derivanti dal trasporto pesante su strada e il 50 per cento di quelli del trasporto navale attraverso il GNL (Gas Natuale Liquefatto). Conviene sottolineare che la produzione di biogas e biometano dà luogo ad una serie di altri sottoprodotti, come il digestato, utilizzabili come materia organica ammendante dei suoli agricoli. Questo è uno degli obiettivi del protocollo d’intesa tra Coldiretti, Bonifiche Ferraresi, A2A, Snam e GSE (Gestore Servizi Energetici) che vede il pieno coinvolgimento delle imprese agricole e industriali, di numerosi comuni italiani e di vari altri soggetti interessati alla produzione di biogas e biometano in Italia.

                          

Da scarto agricolo a risorsa energetica

Dall’utilizzo degli scarti derivanti dalle coltivazioni e dagli allevamenti animali si arriva alla realizzazione di impianti di biogas per la produzione di energia utile per le aziende agricole e di biometano utile per alimentare i mezzi di trasporto, sia pubblici (autobus) che privati (auto, furgoni e trattori utilizzati dagli agricoltori). A questo proposito, conviene sottolineare che l’Italia rappresenta il principale mercato in Ue per quanto riguarda l’uso di metano per l’autotrazione ed ha un parco circolante di almeno un milione di autoveicoli alimentati a metano. Il biogas valorizza la multifunzionalità del settore agricolo (produzione alimentare, energetica e manifatturiera), contribuendo alla transizione da un’economia basata prevalentemente sui carburanti fossili ad una decarbonizzata e sostenibile. Il biogas, come risorsa energetica, rappresenta un elemento virtuoso nell’economia circolare, dato l’uso dei sottoprodotti agroindustriali e di quelli derivanti da colture di secondo raccolto, lo smaltimento degli effluenti zootecnici, l’uso di matrici non biogeniche e di gassificazione e la creazione di nuovi green jobs nel settore.

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COP24, la prima settimana di negoziati si è chiusa in un nulla di fatto

La prima settimana di negoziati della COP24 in corso a Katowice, in Polonia, si è chiusa in un nulla di fatto. Nonostante le principali agenzie internazionali abbiano più volte sottolineato la necessità di agire concretamente per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, la volontà politica dei governi dei paesi che partecipano alla Conferenza rimane minima. Nel frattempo, la Banca mondiale annuncia un investimento di 200 miliardi di dollari nel quinquennio 2021 – 2025 per aiutare i paesi più vulnerabili alla minaccia climatica.


La prima settimana di negoziati della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP24) che si tiene a Katowice, in Polonia, si è chiusa in un nulla di fatto. Nel frattempo, le emissioni di anidride carbonica in Occidente sono in crescita. A dirlo è l’Agenzia internazionale dell’energia in un suo recente rapporto, dove sottolinea che le emissioni di CO2 dovute al consumo di energia nel Nord America, in Europa e nelle economie avanzate dell’Asia e del Pacifico hanno registrato un aumento nel corso del 2018. Per la prima volta, da cinque anni a questa parte, le emissioni di CO2 sono aumentate dello 0,5 per cento rispetto all’anno precedente. Secondo l’Agenzia, la crescita delle emissioni di CO2 è dovuta all’aumento dell’uso di combustibili fossili, petrolio, carbone e gas, che le fonti rinnovabili, in grado negli ultimi cinque anni di far diminuire le emissioni del 3 per cento, non sono riuscite a compensare. Il rapporto dell’Agenzia sottolinea che un cambiamento di rotta verso economie a basse emissioni di CO2 è fondamentale se si vuole salvare il pianeta. A questo proposito, lo Special Report 15 dell’Ipcc, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite per la ricerca sui cambiamenti climatici, pubblicato lo scorso ottobre, ha evidenziato la necessità di agire entro i prossimi 12 anni per salvare il pianeta – e l’umanità – da una vera e propria catastrofe climatica. Dopo gli allarmi lanciati da numerose agenzie internazionali, lo scorso 28 novembre, la Commissione europea ha proposto un nuovo programma per arrivare ad un'Europa a zero emissioni di CO2 entro il 2050. Tuttavia, gli attuali obiettivi parlano di una riduzione del 40 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2030 e del 60 per cento entro il 2040. Si tratta quindi di target di gran lunga inferiori all’ambizioso programma annunciato nei giorni scorsi che, se non modificati, faranno sì che l’Accordo di Parigi non venga rispettato. Eppure, senza una significativa riduzione delle emissioni di CO2 a livello globale, avvertono le principali agenzie internazionali, il mondo supererà la soglia degli 1,5 °C, cioè la soglia preferibile fissata dall’Accordo di Parigi, probabilmente entro il 2040, toccando quella dei 3 °C entro la fine del secolo.

Agire per limitare la crescita della temperatura globale richiede misure urgenti che i governi, al momento, non intendono attuare in modo concreto. Per esempio, il dialogo di Talanoa, un documento volto a far accelerare il percorso di attuazione degli impegni presi in vista dell’Accordo di Parigi, frutto dei negoziati della COP23 che si è tenuta lo scorso anno a Bonn, in Germania, è stato interpretato differentemente da ciascun paese. Il risultato è che, sinora, gli unici ad essersi impegnati concretamente per modificare le proprie promesse sono stati soprattutto i piccoli paesi che, in termini di emissioni globali di CO2, pesano molto poco.

Comunque, pochi giorni fa, la Banca mondiale ha annunciato di voler stanziare 200 miliardi di dollari nel quinquennio 2021 – 2025 per aiutare i paesi in via di sviluppo nella lotta ai cambiamenti climatici. Secondo il comunicato stampa pubblicato dalla Banca mondiale, questo investimento, da un lato, consentirà ai paesi più vulnerabili di adattarsi agli eventi climatici estremi, che saranno più frequenti man mano che la temperatura globale aumenterà e, dall’altro, realizzerà parzialmente l’obiettivo che i governi dei paesi più ricchi si erano dati a partire dalla COP15 di Copenaghen, ovvero stanziare 100 miliardi di dollari all’anno nel Green Climate Fund, un fondo di sussistenza dedicato ai paesi più poveri e con meno risorse economiche. Al contempo, spiega la Banca mondiale, questo investimento, che per un terzo è costituito da fondi dell’Istituto finanziario e per due terzi da fondi dei privati, contribuirà a contenere il fenomeno delle migrazioni climatiche, in forte espansione a livello globale. Se non si farà tutto il necessario per contrastare il cambiamento climatico entro il 2050, sottolinea la Banca mondiale, ci potrebbero essere oltre 140 milioni di migranti climatici. Insomma, questa prima settimana di negoziati si chiude tra stalli, rallentamenti e poche notizie positive.

Mentre l’attenzione mediatica si concentra quasi unanimemente sulle violente manifestazioni dei “gilet jaune” in corso a Parigi, i cambiamenti climatici procedono più velocemente che mai. Nonostante ciò, la volontà politica di contrastarli, da parte dei governi dei paesi che partecipano alla COP24, rimane minima. Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni.