Una istallazione sul ghiacciaio dell’Aletsch, in Svizzera, con 125 mila messaggi e disegni elaborati dai bambini di 35 paesi del mondo

Occorre agire in modo deciso e rapido per fermare la crisi climatica globale

Secondo le ultime rilevazioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha superato le 408 ppm. Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista scientifica Nature Climate Change certifica 467 differenti modi attraverso i quali l’umanità sta pagando il prezzo dell’aumento della temperatura globale, dovuto alla sempre più elevata concentrazione di gas serra nell’atmosfera terrestre. In vista della COP24, i capi di Stato e di Governo di 16 paesi europei, tra i quali l’Italia, hanno firmato una dichiarazione nella quale invitano la comunità internazionale ad agire in modo deciso e rapido per fermare la crisi climatica globale. 


Nuovi allarmi in vista della Cop24

La presenza di anidride carbonica, uno dei principali gas ad effetto serra, nell’atmosfera terrestre ha raggiunto un nuovo record, attestandosi nel 2017 a 405,5 parti per milione (ppm), a fronte delle 403,3 del 2016 e delle 400,1 del 2015. L’ultima rilevazione, fatta il 26 novembre 2018, ha registrato una concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera pari a 408,52 ppm (Figura 1). Rispetto al 1990, la concentrazione è cresciuta del 41 per centro. Se invece prendiamo come riferimento temporale l’epoca preindustriale (metà Ottocento), è cresciuta del 146 per cento. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel suo ultimo rapporto sullo stato dei gas serra nell’atmosfera.

 

Figura 1. Concentrazione di anidride carbonica espressa in parti per milione (ppm) secondo una rilevazione del 26 novembre (fonte: https://www.co2.earth/)

 

Il rapporto sottolinea che anche altri due gas climalteranti hanno toccato livelli record di concentrazione nell’atmosfera. Questi sono il metano, che rappresenta la principale fonte di riscaldamento globale dopo l’anidride carbonica, la cui concentrazione nell’atmosfera è del 257 per cento più elevata rispetto all’epoca preindustriale, e il CFC-11, o triclorofluorometano, un gas serra particolarmente pericoloso per lo strato di ozono che protegge la vita sul nostro pianeta. A pochi giorni dall’apertura della COP24, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Katowice, in Polonia, dal 3 al 14 dicembre, l’Organizzazione meteorologica mondiale non è l’unica ad evidenziare gli effetti deleteri dei cambiamenti climatici. Lo scorso 19 novembre, la rivista scientifica Nature Climate Change ha pubblicato uno studio che spiega come i cambiamenti climatici stiano cambiando la nostra quotidianità, influenzando radicalmente gli aspetti essenziali della vita umana. Dalla salute al cibo, dall’acqua all’economia, dalle infrastrutture alla sicurezza, i cambiamenti climatici stanno modificando progressivamente le nostre abitudini. In particolare, lo studio certifica 467 differenti modi attraverso i quali l’umanità sta pagando il prezzo dell’aumento della temperatura globale, dovuto alla sempre più elevata concentrazione di gas serra nell’atmosfera terrestre (Figura 2). Nello studio vengono citate le morti legate a ipertermia dovute alle ondate di calore in zone del globo non abituate ad avere temperature così elevate e i decessi causati da annegamento dovuti alle frequenti inondazioni e quelli provocati dai periodi di siccità estrema. In Etiopia, ad esempio, la scarsità di piogge ha provocato, dal 1980 ad oggi, oltre 800 mila morti per fame. A tutto ciò si aggiungono coloro che non muoiono a causa di eventi climatici estremi, ma la cui salute rimane compromessa per il resto della vita. A questo proposito, lo studio ricorda l’aumento, a livello globale, dei casi di suicidio dovuti a forti depressioni post-traumatiche registrate dopo uragani, inondazioni o lunghi periodi di siccità, come, ad esempio, quello che sta affliggendo attualmente l’Australia.

Ad essere colpite dai cambiamenti climatici sono poi le produzioni agroalimentari. Nel 2010 un terzo della produzione cerealicola russa, sottolinea lo studio, è andata perduta a causa di incendi e periodi di siccità dovuti all’aumento delle temperature medie stagionali, mentre in Kenya, nel 2000, la scarsità di piogge ha causato la morte di tre quarti di tutto il bestiame presente nel Paese. Negli Stati Uniti, invece, ogni qualvolta la temperatura supera i 38 °C, i rendimenti annuali derivanti dal settore agricolo calano mediamente del 5 per cento.

 

Figura 2. 467 modi attraverso i quali l’umanità sta pagando il prezzo dell’aumento della temperatura globale, dovuto al cambiamento climatico (fonte: Nature Climate Change)

 

Lo studio ricorda inoltre i problemi legati all’acidificazione degli oceani e allo sbiancamento dei coralli che mettono a rischio la fauna acquatica. Ci sono poi tutte le ricadute economiche dei cambiamenti climatici in termini di redditi, ricchezza pro capite e posti di lavoro perduti nei paesi colpiti. Nel 2017 il costo economico delle catastrofi naturali, tra le quali quelle causate direttamente dai cambiamenti climatici, è stato pari a 306 miliardi di dollari. Tutto ciò, ricorda lo studio, crea situazioni di instabilità e tensioni tra i popoli e comporta un aumento del numero di persone costrette ad abbandonare il proprio paese a causa delle condizioni climatiche sfavorevoli. Secondo un rapporto dell’Asian Development Bank, se l’aumento della temperatura globale superasse i 2 °C (rispetto ai livelli preindustriali) entro il 2100, il numero di migranti climatici nel mondo potrebbe raggiungere la cifra impressionante di un miliardo entro la fine del secolo.

 

16 capi di Stato e di governo europei lanciano un appello

Lo scorso 23 novembre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato una dichiarazione che pone l’accento sull’importanza degli accordi sul clima sinora raggiunti a livello globale e sulla necessità di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 °C (rispetto ai livelli preindustriali) entro la fine del secolo. La dichiarazione, oltre che dal presidente della Repubblica italiana, è stata firmata dai capi di Stato e di governo di Germania, Paesi Bassi, Austria, Svizzera, Portogallo, Grecia, Cipro, Islanda, Finlandia, Svezia, Irlanda, Ungheria, Slovenia, Lituania e Lettonia. Per mezzo della dichiarazione, i capi di Stato e di governo firmatari invitano i paesi che hanno aderito all’Accordo di Parigi a rivedere i propri contributi nazionali alla luce dei risultati emersi dall’ultimo rapporto dell’Ipcc, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite per la ricerca sui cambiamenti climatici. In questo contesto, la COP24 offre alla comunità internazionale la possibilità di agire immediatamente, formulando una strategia di lotta al cambiamento climatico su scala globale. “Sulla COP24 in Polonia grava una particolare responsabilità, si legge nella dichiarazione. “Sulla base delle competenze scientifiche e tecniche e dei mezzi finanziari che il mondo oggi possiede – scrivono i capi di Stato e di governo firmatari – abbiamo l’obbligo collettivo nei confronti delle generazioni future di fare tutto ciò che è umanamente possibile per fermare i cambiamenti climatici e per rispondere ai loro perniciosi effetti. Facciamo appello alla comunità internazionale e a tutte le parti dell’Accordo di Parigi: agiamo insieme, in modo deciso e rapido per fermare la crisi climatica globale”. Un messaggio che dovrebbe far riflettere tutti i paesi che parteciperanno nei prossimi giorni alla Conferenza mondiale sul clima.


Nota:

L’immagine d’intestazione dell’articolo mostra un’istallazione che si estende per circa 2.500 metri quadrati e che contiene 125 mila messaggi e disegni elaborati dai bambini di 35 paesi del mondo. L’istallazione, realizzata dalla Direzione per lo sviluppo e la cooperazione svizzera e dalla Fondazione WAVE, si trova sul ghiacciaio dell’Aletsch, in Svizzera, ad oltre 3.400 metri di quota ed ha l’obiettivo di porre l’accento sulla necessità di agire per limitare le conseguenze devastanti del cambiamento climatico. La foto è stata scattata da Valentin Flauraud. 

Italia seconda in Europa_principale

L’Italia è seconda in Europa per tasso di circolarità dei rifiuti

L’Italia è al secondo posto in Europa, dopo i Paesi Bassi, per tasso di circolarità dei rifiuti. Nel nostro Paese sono attive 25 mila imprese nel riutilizzo e nella riparazione dei prodotti e, con lo sviluppo dell’economia circolare, così come delineato dalle recenti normative europee, si potrebbero creare fino a 50 mila nuovi posti di lavoro. Tuttavia, manca ancora una strategia nazionale dedicata al settore dell’economia circolare. 


Il rapporto del Circular Economy Network

L’Italia è al secondo posto in Europa, dopo i Paesi Bassi, per tasso di circolarità dei rifiuti (il 18,5% contro il 27% dei Paesi Bassi). Nel nostro Paese sono attive 25 mila imprese nel riutilizzo e nella riparazione dei prodotti e, con lo sviluppo dell’economia circolare, così come delineato dalle recenti normative europee, si potrebbero creare fino a 50 mila nuovi posti di lavoro. Di questi, 23 mila nell’ambito della gestione dei rifiuti, 16 mila nelle imprese che operano nel campo della riparazione e 11 mila nel settore della bioeconomia. Questo è quanto emerge dal rapporto “Potenzialità e ostacoli per l’economia circolare in Italia”, presentato lo scorso 22 novembre a Roma, presso il Senato della Repubblica (Figura 1). Il rapporto è stato pubblicato dal Circular Economy Network, think tank promosso dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile insieme con una rete di 13 imprese che operano nel settore dell’economia circolare.

 

Figura 1. Presentazione del rapporto “Potenzialità e ostacoli per l’economia circolare in Italia” presso l’Aula Capitolare del Senato della Repubblica, Roma (foto: Andrea Campiotti)

 

Il rapporto offre una visione congiunta sulle potenzialità dell’economia circolare per i diversi settori economici del nostro Paese e sulla necessità di adeguarsi a nuovi target fissati dall’Unione europea. Secondo alcuni studi del Parlamento europeo, indicati nel rapporto, politiche mirate al prolungamento della durata dei beni potrebbero garantire maggiore occupazione e un fatturato più elevato nei settori della conservazione, riparazione e affitto e compravendita dei prodotti. Un incremento dell’1% di queste attività, si legge nel rapporto, potrebbe generare un mercato aggiuntivo di 7,9 miliardi di euro all’anno a livello europeo, di cui quasi 1,2 miliardi in Italia. Anche il settore della bioeconomia potrebbe avere un forte sviluppo. Da qui al 2020, si prevede una crescita di 40 miliardi di euro all’anno e un’occupazione aggiuntiva di 90 mila nuovi posti di lavoro a livello europeo. “La strategia europea sull’economia circolare pone l’accento sulla necessità di sviluppare il settore della bioeconomia rigenerativa”, ha dichiarato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. “Occorre una strategia integrata e coordinata per lo sviluppo delle varie filiere della bioeconomia. Sarebbe utile istituire un’Autorità dedicata al monitoraggio e ai controlli nel settore dell’economia circolare”, ha aggiunto Ronchi.

Nel corso della presentazione del rapporto sono stati enunciati i cosiddetti “nodi” del pacchetto sull’economia circolare, approvato dal Parlamento europeo lo scorso aprile, tra i quali: la necessità di rendere concrete ed efficaci le misure contenute nel pacchetto per ridurre la produzione dei rifiuti; adottare misure per raggiungere i target europei previsti per il riciclo dei rifiuti; adeguare con urgenza la normativa sulla cessazione della qualifica di rifiuto, approvando i decreti End of Waste; migliorare la riciclabilità dei prodotti e sviluppare il mercato delle materie prime seconde e dei beni riciclati; difendere e rafforzare i consorzi italiani dei rifiuti; cominciare ad adottare le misure contenute nella recente Strategia europea per la plastica, varata dalla Commissione europea lo scorso gennaio. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, la transizione ad un’economia circolare potrebbe comportare un risparmio netto annuo di 640 milioni di euro sul costo di approvvigionamento di materiali per il sistema manifatturiero europeo. “L’Italia ha in questo campo la possibilità di conquistare un ruolo centrale in una partita strategica per tutta l’Unione europea”, ha dichiarato Luca dal Fabbro, vicepresidente del Circular Economy Network. “Dobbiamo far fare un salto di qualità al nostro sistema produttivo”, ha aggiunto Simona Bonafè, eurodeputata relatrice del pacchetto europeo sull’economia circolare.

 

Le migliori startup italiane dell’economia circolare

Nel corso del convegno sono state presentate le tre aziende vincitrici del Premio nazionale “Startup dell’economia circolare 2018”, organizzato dal Circular Economy Network. Le tre aziende che sono salite sul podio dei vincitori sono: Rubber Conversion, che ha ideato un processo chimico e un impianto  che permettono il riciclo di qualsiasi mescola di gomma usata nell’industria degli pneumatici e dei prodotti tecnici; Agrobiom che ha prodotto un biospray pacciamante da scarti agroindustriali alternativo all’uso delle plastiche; Specialised Polymers Industry che ha messo a punto un metodo per il recupero dei fanghi di cartiera generalmente destinati allo smaltimento in discarica.

obiettivi eu su rinnovabili_principale

Gli obiettivi europei su rinnovabili ed efficienza energetica diventano vincolanti

Lo scorso 13 novembre il Parlamento europeo ha approvato 4 degli 8 obiettivi contenuti nel pacchetto normativo “Clean energy for all europeans”, varato dalla Commissione europea a novembre 2016. Resi vincolanti gli obiettivi in materia di energia rinnovabili, efficienza energetica, biocarburanti e governance energetica dell’Unione. Introdotta anche la possibilità, per i cittadini degli Stati membri dell’Ue, di produrre, consumare, immagazzinare e vendere energia ottenuta attraverso fonti rinnovabili. 


Cosa prevedono i nuovi obiettivi

L’Unione europea ha reso vincolanti gli obiettivi in materia di energie rinnovabili, efficienza energetica, biocarburanti e governance energetica dell’Unione. Il nuovo quadro normativo prevede di portare le energie rinnovabili a coprire il 32% del consumo energetico lordo dell’Ue, migliorare l’efficienza energetica del 32,5% e introdurre nuove regole per una governance energetica comune. I nuovi obiettivi, il cui raggiungimento è previsto per il 2030, dovranno essere rivisti entro il 2023 e potranno essere solo innalzati e non abbassati. Le nuove norme, appena approvate dal Parlamento europeo, rappresentano il consolidamento di alcune misure contenute nel pacchetto normativo “Clean energy for all europeans, varato dalla Commissione europea a novembre del 2016. Il pacchetto, sul quale Consiglio, Commissione e Parlamento avevano raggiunto un accordo lo scorso giugno, puntava a rendere il settore energetico dell’area Ue più stabile, competitivo e sostenibile, attraverso la mobilitazione di investimenti pubblici e privati nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Questi investimenti, secondo le stime riportate nel pacchetto, avrebbero dovuto  portare alle creazione di 900 mila posti di lavoro e all’aumento di un punto percentuale di PIL nel giro di dieci anni. Quattro delle otto proposte del pacchetto “Clean energy for all europeans” sono state ora pienamente approvate dal Parlamento europeo e, una volta attuate, ha fatto sapere il vicepresidente della Commissione europea e responsabile per l’Unione energetica Maroš Šefčovič, dovrebbero portare ad una riduzione delle emissioni di CO2 di circa il 45% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990).

Tra i settori interessati dalla nuova normativa c’è anche quello dei biocarburanti. Entro il 2030, almeno il 14% dei carburanti utilizzati nel settore dei trasporti dovrà essere prodotto attraverso fonti di energia rinnovabili e, a partire dal 2019, il contributo di quelli con un elevato rischio di “cambiamento indiretto di destinazione dei terreni” dovrà essere progressivamente eliminato fino a raggiungere quota zero entro il 2030. La nuova normativa pone poi l’accento sulla necessità di attuare una governance energetica dell’Unione europea. Le nuove norme prevedono, infatti, che ogni Stato membro debba presentare un “piano nazionale integrato per l’energia e il clima” con obiettivi, contributi, politiche e misure nazionali decennali. I primi piani nazionali dovranno essere presentati entro il 31 dicembre 2019 e successivamente ogni dieci anni.

 

Al via le “comunità energetiche”

La nuova normativa introduce anche la possibilità, da parte dei cittadini degli Stati membri dell’Ue, di produrre, consumare, immagazzinare e vendere energia ottenuta attraverso fonti rinnovabili. Quest’ultimo punto potrebbe portare ad una vera e propria rivoluzione del settore energetico. Grazie alla nuova normativa, infatti, un gruppo composito di soggetti (aziende, enti pubblici e privati o anche singoli cittadini) potrebbe decidere di produrre energia da fonti rinnovabili, di utilizzarla per soddisfare in autonomia i propri consumi e vendere la produzione in eccesso ad altri soggetti. In questo modo, si verrebbero a formare delle “comunità energetiche” che, nei Paesi del Nord Europa, sono già una realtà. Anche in Italia, però, sono state avviate sperimentazioni di questo tipo. Il Consiglio regionale del Piemonte, ad esempio, con legge regionale n. 12 del 3 agosto 2018, ha stabilito che i Comuni possono proporre la costituzione di una comunità energetica, oppure aderire ad una già esistente, grazie ad una serie di incentivi ad hoc previsti dalla normativa.  

 

Prossimi passi

Dopo l’approvazione della nuova normativa da parte del Parlamento europeo, la palla passa ora al Consiglio, il quale dovrà formalmente adottare l’accordo. In seguito all’approvazione da parte del Consiglio, la nuova normativa sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore venti giorni dopo la sua pubblicazione. Gli Stati membri dell’Ue dovranno recepire la normativa nella legislazione nazionale entro 18 mesi dalla sua entrata in vigore.