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Il Parlamento europeo dichiara guerra alle plastiche monouso

Il Parlamento europeo approva una nuova normativa sul consumo di plastica monouso che punta a vietare, a partire dal 2021, la vendita di posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. Al bando anche scatole usa e getta per panini, contenitori alimentari per frutta, verdura, dessert, gelati e articoli di plastica oxodegradabili. Il 6 novembre cominceranno i negoziati con i Paesi dell’Ue e, se tutto dovesse procedere nei tempi stabiliti, la normativa potrebbe essere approvata definitivamente entro marzo 2019. 


Dal 2021 sarà vietato vendere una serie di articoli di plastica monouso, come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. Ieri, il Parlamento europeo ha approvato una nuova normativa che aggiunge all’elenco della materie plastiche vietate, proposto dalla Commissione europea a fine maggio con la COM(2018) 340 final , anche i sacchetti di plastica, gli articoli di plastica oxodegradabili (plastiche con l’aggiunta di additivi che ne accelerano la frammentazione in parti minuscole per effetto della radiazione solare), i contenitori in polistirolo espanso. Tra gli altri articoli di plastica che dovranno essere vietati a partire dal 2021 compaiono anche le scatole usa e getta per panini e i contenitori alimentari per frutta, verdura, dessert e gelati. I Paesi membri dell’Unione europea dovranno ridurre il consumo di questo tipo di prodotti del 25% dentro il 2025. Altri prodotti di plastica, come, ad esempio, le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% sempre entro il 2025. Inoltre, la nuova normativa invita i vari Paesi membri ad elaborare piani nazionali per incoraggiare il consumo di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il loro riciclo e riutilizzo. Il Parlamento europeo dichiara poi guerra ai mozziconi di sigarette che contengono plastica, la cui quantità di rifiuti dovrà essere ridotta del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030. Saranno gli stessi produttori di tabacco a farsi carico dei costi di trattamento e di raccolta, compreso il trasporto. Un mozzicone di sigaretta, sottolinea il Parlamento europeo, può inquinare tra i 500 e 1.000 litri d’acqua e, se gettato in strada, può richiedere fino a 12 anni per disintegrarsi. Si tratta del secondo articolo di plastica monouso più presente tra i rifiuti. La nuova normativa impone lo stesso ai produttori di attrezzi da pesca che contengono plastica, i quali dovranno contribuire al riciclo di almeno il 15% dei prodotti entro il 2025. I Paesi dell’Ue, invece, dovranno garantire che almeno la metà di tutti gli attrezzi da pesca contenenti plastica perduti o abbandonati in mare, come reti, fili da pesca e cime, che rappresentano il 27% dei rifiuti che si trovano nelle spiagge europee, venga raccolta ogni anno. I prodotti elencati nella nuova normativa, fa sapere il Parlamento europeo, rappresentano il 70% di tutti i rifiuti marini e tra questi ci sono i 10 prodotti che inquinano maggiormente le spiagge europee (Figura 1). 
 

Figura 1. I dieci rifiuti plastici più diffusi nelle spiagge europee (fonte: Parlamento europeo)

 

A causa della sua lenta decomposizione, la plastica si accumula nei mari, negli oceani e nelle spiagge di tutto il mondo. I suoi residui si trovano in numerose specie animali, non solo marine, e finiscono, di conseguenza, nella catena alimentare dell’uomo. L’Unione europea produce 26 milioni di tonnellate di rifiuti plastici ogni anno, di cui solo il 30% è riciclabile, e di questi finiscono nel mare tra le 150 e le 500 mila tonnellate, con significative ricadute sull’ambiente e sulle specie che abitano il mare. A questo proposito, un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel  2016  sottolineava che i rifiuti marini, composti prevalentemente da plastica, minacciano la sopravvivenza di oltre 800 specie animali che muoiono ingerendo o restando intrappolare nei rifiuti. Il problema non affligge solo grandi specie animali, come i cetacei e le tartarughe marine, ma riguarda anche altri organismi come ostriche, cozze, coralli e persino plancton, inquinando l’intera reta trofica marina. E non sono solo le specie marine ad essere colpite dalla piaga dell’inquinamento da plastica. Una ricerca pubblicata nel 2015 sulla rivista scientifica Pnas ha rilevato che il 90% di tutti gli uccelli marini del mondo ha residui di plastica nelle proprie viscere, ingeriti perché confusi per cibo. Nel 2050, se i consumi di plastica dovessero continuare  al ritmo attuale, secondo la ricerca, ben il 99% degli uccelli si troverebbe ad avere plastica all’interno del proprio organismo. Per quanto riguarda il mar Mediterraneo, secondo uno studio del WWF, pubblicato lo scorso giugno, la plastica rappresenta circa il 95% di tutti i rifiuti gettati in mare e i suoi residui si trovano in oltre 130 specie marine.

Questi sono dati allarmanti che devono far riflettere le istituzioni europee, l’industria e i cittadini sulla necessità di ridurre i consumi di prodotti di plastica, in particolare di quelli monouso, e pongono l’accento sul dovere che noi tutti abbiamo di salvaguardare l’ambiente in cui viviamo. La nuova normativa, sottolinea la Commissione europea, comporterà un risparmio di 22 miliardi di euro per danni ambientali e di 6 miliardi per i consumatori. Ora, il Parlamento europeo dovrà avviare i negoziati con il Consiglio (l’organo politico dell’Unione) non appena i ministri dei Paesi dell’Ue avranno definito la propria posizione in merito alla normativa. I negoziati con il Consiglio cominceranno il 6 novembre e, se tutto dovesse procedere nei tempi stabiliti, la normativa potrebbe essere approvata definitivamente entro marzo 2019, mentre i divieti veri e propri non entreranno in vigore prima del 2021.

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Tetti verdi contro il cambiamento climatico

Contribuiscono a ridurre i consumi di energia per la climatizzazione degli edifici, aumentando l’isolamento del lastrico solare anche del 42%, e riescono ad assorbire fino al 50% di acqua piovana, attenuando gli effetti delle “bombe d’acqua” e regolando il deflusso nel sistema idrico urbano. 


Non solo pareti, ma anche tetti verdi

Contribuiscono a ridurre i consumi di energia per la climatizzazione degli edifici e riescono ad assorbire fino al 50% di acqua piovana, regolando il deflusso nel sistema idrico urbano. Queste sono solo alcune tra le molteplici funzionalità del “verde orizzontale”. L’adozione dei tetti verdi (green roofs) si sta diffondendo vertiginosamente nel settore residenziale in due direzioni: quella della riqualificazione energetica degli edifici e quella meramente decorativa. Sul tema dei tetti verdi, si è tenuto lo scorso 22 ottobre a Genova, presso l’edificio Matitone (sede del Comune), il convegno “Efficienza Energetica e Sostenibilità ambientale” (Figura 1), organizzato nell’ambito del Progetto ES-PA (“Energia e Sostenibilità per la Pubblica Amministrazione”). Il convegno ha visto la partecipazione di amministratori locali, funzionari del Comune di Genova, esperti e ricercatori dell’ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), che è partner nel progetto.

 

Figura 1. Locandina del convegno “Efficienza Energetica e Sostenibilità ambientale”

 

La realizzazione di tetti verdi, è stato sottolineato nel corso del convegno, coinvolge differenti ambiti produttivi: edile, residenziale, tecnico, agronomico e vivaistico. Tra le principali caratteristiche che devono avere i tetti verdi, hanno particolare rilievo l’impermeabilizzazione della copertura vegetale, il corretto drenaggio dell’acqua, il controllo delle radici e l’uso di un substrato per la crescita delle piante che si vogliono coltivare sul tetto (Figura 2).

 

Figura 2. Principali caratteristiche del tetto verde

 

Il valore aggiunto di un tetto verde, spiegano gli esperti, si basa sulle proprietà delle piante verdi considerate “materiali freddi” e quindi in grado di mantenere una temperatura superficiale vicina a quella dell’aria esterna. Al contrario, “materiali caldi”, come asfalto e cemento, nei mesi estivi possono raggiungere temperature molto elevate, anche superiori ai 50 °C. Questo vantaggio termico è dovuto all’albedo, cioè alla capacità della piante di riflettere la radiazione solare incidente, e alla loro scarsa emissività. In questo modo, non riscaldano eccessivamente l’aria circostante (emettono meno radiazione infrarossa, ossia meno calore, riducendo il surriscaldamento dell’aria e delle superfici adiacenti alla vegetazione) e contribuiscono al raffrescamento dell’edificio.

 

L’ENEA realizza un tetto verde dimostrativo

Numerose ricerche sul tema dei tetti verdi sono in corso. Al Centro Ricerche Casaccia dell’ENEA (Roma), i ricercatori del Dipartimento Unità Efficienza Energetica stanno studiando i benefici legati alla realizzazione di coperture verdi orizzontali su case ed edifici urbani. Secondo i ricercatori dell’ENEA, i tetti verdi avrebbero maggiore efficacia nel periodo estivo, grazie alla capacità di abbattere la temperatura del lastrico solare privo di vegetazione anche di 25 °C, contribuendo a migliorare il comfort microclimatico interno all’edificio (Figura 3).
 

Figura 3. Temperatura delle superfici messe a verde e di quella prive di vegetazione sul tetto verde dimostrativo

 

All’ENEA è stato inoltre realizzato, ormai da un anno, un tetto verde dimostrativo presso l’edificio “Scuola delle Energie” del Centro Ricerche Casaccia (Figura 4). Il tetto verde poggia su uno spessore di terreno di appena 20 centimetri e vi si coltivano piante perenni, come Sedum ed Echium (“erba viperina”), due specie ideali adatte al nostro clima mediterraneo. Le prime analisi condotte sulla piattaforma dimostrativa, fanno sapere i ricercatori dell’ENEA, mostrano che il tetto verde aumenta l’isolamento del lastrico solare di oltre il 42%. Questo comporta un aumento della capacità di coibentazione del solaio e, di conseguenza, una riduzione del flusso di calore dall’ambiente esterno a quello interno dell’edificio, in estate, e un minore passaggio di calore dall’ambiente interno a quello esterno, in inverno.

Figura 4. Tetto verde dimostrativo realizzato presso la “Scuola delle Energie” del Centro Ricerche Casaccia dell’ENEA (Roma)

 

Le coperture vegetali realizzate sui tetti o sui lastrici solari degli edifici contribuiscono inoltre a ridurre la pericolosità di eventi meteorologici estremi, come forti acquazzoni e piogge torrenziali improvvise, le cosiddette “bombe d’acqua”, che si abbattano sempre più spesso sulle città. Infatti, mentre la capacità di trattenere l’acqua, data dal coefficiente di deflusso dell’acqua piovana Ψ (Ψ è pari a 0 se la superficie è permeabile, ad 1 se la superficie è impermeabile), delle coperture tradizionali è pari a 0,80-0,95, quella dei tetti verdi diminuisce verso valori compresi tra 0-0,30. In altri termini, il tetto verde protegge l’edificio dalle piogge torrenziali, attenuando fortemente l’intensità e i volumi del deflusso dell’acqua piovana. Nonostante i molteplici vantaggi offerti dai tetti verdi, gli esperti raccomandano che la messa a verde del lastrico solare o del tetto di un edificio deve avvenire dopo una valutazione generale dei fattori che ne determinano il successo. Infatti, occorre valutare le condizioni statiche dell’edifico, la scelta delle piante, la tipologia e lo spessore del substrato, la facilità di manutenzione, gli impianti di irrigazione, gli eventuali vincoli degli enti pubblici (comuni, Sovrintendenza, ecc.) e condominiali e la normativa vigente. A questo proposito, la norma UNI 11235 divide i tetti verdi in due tipologie: quelli estensivi e quelli intensivi. Le differenze tra le due tipologie di tetto verde sono nello spessore o nel peso della stratigrafia, nelle spese economiche da sostenere e nei consumi di corrente elettrica per gli interventi di irrigazione. Rileva inoltre la contabilizzazione tecnica di tutte le attività agronomiche come apporti idrici, potatura, sfalciatura, raccolta delle foglie caduche, ecc. (Figura 5).

 

Figura 5. Tipologie di tetto verde secondo la norma UNI 11235

 

La legislazione attuale

La Commissione europea incoraggia l’adozione di questo tipo di soluzioni naturali al fine di migliorare le prestazioni energetiche degli edifici, in particolare, di quelli urbani. Per diminuire i consumi energetici dovuti al riscaldamento e al raffrescamento degli edifici, che in Europa rappresentano circa il 40% dei consumi energetici totali, la nuova Direttiva Efficienza Energetica (UE) 2018/844 del 30 maggio 2018, invita i sindaci europei a favorire lo sviluppo di piani d’azione volti alla realizzazione e alla diffusione di tetti e pareti verdi, giardini pensili, coltivazione di siepi e alberi lungo le strade e nelle adiacenze degli edifici. Per quanto riguarda l’Italia, sarà in vigore fino a dicembre il cosiddetto “Bonus verde”, introdotto con la Legge di Bilancio 2018 (l’Italia è stato uno dei primi paesi a livello europeo ad inserire una misura di questo tipo), che consiste in una detrazione IRPEF fino al 36% sulle spese sostenute per interventi di messa a verde di aree scoperte dell’edificio, di unità immobiliari, di pertinenze e recinzioni, per un massimo di 5.000 euro.


Fonti per approfondire:

  • “Coperture a verde e risorsa idrica”. Elena Giacomelli. Franco Agenli, ed.2012;
  • UNI 11235: Istruzioni per la progettazione, l'esecuzione, il controllo e la manutenzione di coperture a verde, 2007(aggiornamenti 2015);

 

Nota:

L'immagine d'intestazione dell'articolo mostra il tetto verde dimostrativo realizzato presso la "Scuola delle Energie" del Centro Ricerche Casaccia dell'ENEA (Roma).

 

Isola di San Giorgio, Venezia. Foto di Andrea Campiotti

Ecco i siti Unesco più a rischio a causa dei cambiamenti climatici

Da Venezia a Ferrara, da Paestum a Siracusa, da Sabratha ad Efeso, un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Communications elenca decine di siti Unesco nell’area costiera mediterranea che rischiano di essere danneggiati, o addirittura distrutti, da alluvioni ed erosioni entro la fine del secolo. 


Venezia e le isole della Laguna potrebbero essere sommerse da una serie di violente alluvioni. La stessa sorte potrebbero patire Ferrara, una delle città-simbolo del Rinascimento, e Aquileia, famosa per i suoi mosaici romani. E poi ancora Vicenza, Napoli, Pisa, Genova e Ravenna. Al di fuori dell’Italia, sono fortemente a rischio la Medina di Susa, in Tunisia, il sito archeologico di Sabratha, in Libia, e la città di Dubrovnik (“Ragusa della Dalmazia”), in Croazia. L’erosione costiera minaccia poi i siti archeologici di Paestum, Pompei, Siracusa e Noto, l’Heraion dell’Isola di Samo, in Grecia, e gli scavi dell’antica città di Efeso, in Turchia. L’elenco potrebbe proseguire. Questi sono alcuni tra i principali siti patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura) che rischiano di essere danneggiati, o addirittura completamente distrutti, entro la fine del secolo, a causa dei cambiamenti climatici. A dirlo è un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, condotto da un team di ricercatori dell’Università di Kiel (Germania). Lo studio ha preso in esame una serie di siti Unesco che si trovano nell’area costiera mediterranea e per ciascuno di essi ha usato alcuni parametri, tra i quali la zona, la conformazione fisica, la tipologia d’insediamento, la distanza dalla costa e la collocazione in contesti urbani o rurali. Sulla base delle caratteristiche dei siti, i ricercatori hanno valutato i possibili effetti dell’innalzamento del livello del mare, dovuto all’aumento della temperatura globale, elaborando quattro diversi scenari per la fine del secolo. Tra questi, quello più ottimista prevede che si riesca a contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 °C (rispetto ai livelli preindustriali del 1850) entro la fine del secolo, in linea con l’Accordo di Parigi. Limitare l’aumento della temperatura globale ai 2 °C entro il 2100, sottolinea lo studio, sarebbe un traguardo, dal momento che l’ultimo Special Report dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite per la ricerca sui cambiamenti climatici), prevede che, con il trend attuale, potremmo arrivare ad aumento della temperatura globale di 3 – 4 °C entro la fine del secolo. Sulla base delle previsioni sull’aumento della temperatura globale e delle caratteristiche dei luoghi, il team di ricercatori ha stimato, per ciascuno dei siti Unesco, le possibili conseguenze relative a due fenomeni di origine climatica: l’alluvione e l’erosione delle coste. E i risultati non sono dei migliori. Dallo studio emerge infatti che, già oggi, su 49 siti presi in esame, 37 rischiano di subire un’alluvione distruttiva che ha l’1% di probabilità di verificarsi ogni anno. 42 siti su 49, invece, potrebbero subire gravi danni a causa dell’erosione delle coste. Se il livello del mar Mediterraneo si dovesse alzare di circa 1 metro e mezzo entro il 2100, sottolinea lo studio, il rischio di subire un’alluvione distruttiva aumenterebbe del 50% e quello di subire gravi danni per l’erosione delle coste del 13%. Tuttavia, rilevano i ricercatori, quest’ultimo scenario ha una probabilità minima (circa il 5%) di verificarsi. Alla luce degli ultimi dati sull’aumento delle temperatura globale e dei rischi cui si andrà incontro se non si agirà prontamente contro il cambiamento climatico, fenomeni estremi, come alluvioni ed erosioni, potrebbero verificarsi con maggiore frequenza nei prossimi anni. L’unica soluzione, spiegano i ricercatori che hanno condotto lo studio, è adottare quanto prima delle misure per mettere in sicurezza i siti Unesco presi in esame, che rappresentano luoghi di inestimabile valore storico, artistico e culturale. Tuttavia, sottolinea lo studio, gli sforzi per salvaguardare l’enorme patrimonio potrebbero essere minimi, se non inutili, senza un impegno concreto a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, primo fra tutti, quello che punta a limitare l’aumento della temperatura globale entro i 2 °C (con volontà di contenerlo entro gli 1,5 °C) entro la fine del secolo.


Nota:

L’immagine d’intestazione dell’articolo mostra l’Isola di San Giorgio vista da Piazza San Marco (Venezia). La foto è stata scattata da Andrea Campiotti (autore dell'articolo).