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“Recovering New Orleans after Katrina” e “Veneto Adapt”. Enti Locali uniti contro gli effetti dei cambiamenti climatici

Presentati a Padova i primi risultati del progetto europeo che mira a rendere il Veneto una regione resiliente 


Mercoledì 10 ottobre al Comune di Padova si è svolto l'incontro dal titolo “Recovering New Orleans after Katrina. Regenerate community. Restore city". Il professore Edward Blakely, l'uomo che ha portato alla rinascita di New Orleans dopo il devastante passaggio dell'uragano Kathrina, ha illustrato gli interventi effettuati applicando strategie di riattivazione delle reti locali e di promozione culturale.  Amministratori, tecnici e studiosi veneti hanno potuto quindi approfondire i temi della gestione del rischio e delle emergenze post disastro direttamente da uno dei più grandi esperti mondiali del settore.

La relazione ha offerto l'occasione per riflettere sul progetto “Veneto Adapt – Central VENETO Cities netWorking for ADAPTation to Climate Change in a multi-level regional perspective”, un progetto che, avviato nel luglio 2017 si concluderà nel 2021. Finanziato dal programma comunitario LIFE per circa 3 milioni di euro,  vede la collaborazione attiva di numerosi e qualificati partner: Coordinamento Agende 21 Locali Italiane, Università IUAV di Venezia, Sogesca Srl, Città Metropolitana di Venezia, Comune di Treviso, Comune di Vicenza, Unione dei Comuni del Medio Brenta, coordinati dal Settore Ambiente e Territorio del Comune di Padova, ente capofila. 
Obiettivo di questi Enti è  minimizzare il rischio climatico nelle città del Veneto attraverso l'elaborazione di una strategia di adattamento condivisa e unitaria realizzando a livello locale misure concrete di adattamento e sviluppando una metodologia condivisa su scala regionale, sperimentando iniziative e azioni pilota nell'area del Veneto Centrale, un territorio che comprende 3,5 milioni di abitanti, colpiti, negli ultimi anni, dalle conseguenze tangibili del climate change.


Per approfondire leggi il comunicato stampa
e il volantino relativo a "Veneto Adapt" sotto allegati

 

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Il premio Nobel di quest’anno mostra lo stretto legame tra economia e ambiente

Come creare una crescita economica sostenuta e sostenibile a lungo termine? A questa domanda hanno risposto William D. Nordhaus della Yale University e Paul M. Romer della Stern School of Business della New York University, vincitori del premio Nobel per l’Economia 2018 per i loro studi “sull’integrazione dei cambiamenti climatici e delle innovazioni tecnologiche nell’analisi macroeconomica a lungo termine”. 


Una carbon tax a livello globale

William D. Nordhaus, 77 anni, professore alla Yale University, può essere definito un “economista del clima”. Negli anni ’90 fu il primo a creare un modello quantitativo in grado di descrivere l'interazione tra economia e clima, combinando teorie ed esperienze di fisica, chimica ed economia. Consulente economico nell’amministrazione Carter, Nordhaus ha scritto insieme con l’amico e collega Paul Samuelson, anch’egli premio Nobel per l’economia (nel 1970), uno dei manuali economici più diffusi al mondo dal titolo “Economia”. Le ricerche di Nordhaus vertono sull’interazione tra economica e cambiamento climatico e mostrano che il rimedio più efficace per risolvere i problemi causati dalle emissioni di gas ad effetto serra è una carbon tax da applicare uniformemente a tutti i Paesi a livello globale. Con questa misura si condizionerebbe il mercato, spingendo imprese e consumatori ad adottare soluzioni green o meno inquinanti, perché economicamente più convenienti, anche grazie agli incentivi a favore delle energie rinnovabili. In altri termini, con l’aumento del prezzo dell’energia prodotta attraverso il carbone, la domanda verso questo tipo di prodotti diminuirebbe a vantaggio di altre soluzioni con un minor impatto ambientale. “L’umanità sta giocando a dadi con l’ambiente”, ha dichiarato Nordhaus, rifacendosi ad una celebre affermazione fatta da Albert Einstein secondo cui “Dio non gioca a dadi con il mondo”. Einstein aveva risposto in questo modo ad una serie di accuse secondo le quali egli non comprendeva pienamente i traguardi raggiunti nel campo della nascente fisica quantistica. Per l’appunto: alcuni anni più tardi lo stesso Einstein si dovette ricredere e affermò: “Dio non gioca a dadi, ma qualche volta lo fa”.

Ci troviamo tuttavia in anni e in campi delle scienze completamente differenti. Oggi, l’attività antropica contribuisce a immettere nell’atmosfera gas e prodotti chimici che attaccano l’ozono, un gas fondamentale per gli equilibri del nostro pianeta, causa cambiamenti nell’uso del terreno e deforestazioni su larga scala, eliminando l’habitat naturale di molte specie animali e vegetali. Una delle sfide più urgenti del nostro tempo, ha spiegato la Royal Academy of Sciences di Stoccolma, “è combinare la crescita sostenibile a lungo termine dell’economia globale con il benessere della popolazione del pianeta”. Secondo i modelli sviluppati da Nordhaus le attività che dipendono fortemente dalle piogge o dai cambiamenti di temperatura, come l’agricoltura, la selvicoltura,  le attività ricreative all’aperto, saranno le più colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici. 

 
La crescita economica è un processo endogeno

L’altro economista vincitore del premio Nobel per l’Economia, Paul M. Romer, 62 anni, è professore alla Stern School of Business della New York University. Romer, che fino a gennaio di quest’anno ricopriva il ruolo di Chief Economist della Banca Mondiale, è noto, tra gli economisti, per la sua “teoria della crescita endogena”. Secondo questa teoria le forze economiche governano la volontà delle imprese, influenzando la produzione di nuove idee e innovazione. La teoria della crescita endogena parte dal presupposto che la crescita si basa sul processo tecnologico, inteso come processo endogeno in grado di portare nel tempo allo sviluppo produttivo e, di conseguenza, all’aumento della ricchezza e della prosperità a lungo termine. Il primo teorico di questo modello di crescita fu l’economista Robert Solow, premio Nobel per l’Economia nel 1987. Il “modello Romer” rappresenta un superamento del “modello Solow” e mostra come i mercati non regolamentati possano produrre cambiamenti tecnologici, tenendo tuttavia poco conto del settore ricerca e sviluppo (R&S). In questo scenario sono necessari interventi governativi ben programmati, tra i quali il sostegno e gli aiuti a ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer punta proprio a dimostrare che queste politiche sono di vitale importanza per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un singolo Paese ma a livello globale. I nuovi modelli proposti da Nordhaus e Romer, spiega il comitato dei Nobel, hanno allargato “lo spettro delle possibilità dell’analisi economica mettendo in opera soluzioni che spiegano come l'economia di mercato interagisca con la natura e la scienza”.

L’aver assegnato il premio Nobel a due teorie economiche legate ai cambiamenti climatici dimostra che la dimensione economica e quella ambientale sono ormai strettamente collegate e non possono essere prese in esame l’una scissa dall’altra.

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Nessun paese europeo è in linea con l’Accordo di Parigi

Il Climate Action Network stila una classifica dei paesi europei sulla base dei provvedimenti attuati per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ultima in classifica è la Polonia che, dal 3 al 14 dicembre, dovrà ospitare la Conferenza mondiale sul clima (COP24). Il Paese ha inoltre annunciato la costruzione di una nuova centrale a carbone della potenza di 1000 megawatt che, secondo le previsioni, sarà capace di bruciare ogni anno 3 milioni di tonnellate di carbone.


Le parole non sempre si traducono in fatti. Secondo un recente rapporto  del Climate Action Network, pubblicato con il sostegno della Commissione europea e della Fondazione Kann Rasmussen, nessun paese europeo sta facendo quanto necessario per raggiungere gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi. Primo fra tutti, quello che prevede di limitare l’aumento della temperatura globale, di qui al 2100, ad un massimo di 2°C rispetto ai livelli preindustriali (con volontà di contenerlo entro gli 1,5°C). Il rapporto prende in esame i provvedimenti attuati da ciascuno paese membro dell’Unione europea volti a diminuire il gap esistente tra il livello attuale delle emissioni di gas ad effetto serra e quello che sarebbe necessario per porsi in linea con l’Accordo di Parigi. I risultati sono drammatici: nonostante l’Ue si sia più volte esposta a favore dell’intesa raggiunta a Parigi al termine della Cop21, a dicembre del 2015, nella classifica dei paesi europei stilata dal Climate Action Network nessun paese ha ricevuto un giudizio “eccellente” (Figura 1). Infatti, evidenzia il rapporto, solamente la Svezia ha ricevuto un giudizio “buono” per quanto riguarda l’allineamento agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, mentre Portogallo, Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo hanno ricevuto una valutazione “discreta”. Tutti gli altri paesi, invece, negli ultimi tre anni, hanno fatto meno di quanto era necessario per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo. In particolare, la Polonia, che dovrà ospitare la prossima COP24 dal 3 al 14 dicembre, risulta ultima in classifica per quanto riguarda i provvedimenti presi per rispettare gli obiettivi globali in termini di lotta al cambiamento climatico. D’altra parte, il Paese conferma, anno dopo anno, la propria linea in direzione totalmente opposta rispetto agli impegni indicati dall’Accordo di Parigi. Ancora oggi, il 90% dell’energia consumata nel Paese viene prodotta attraverso fonti di energia fossili, soprattutto carbone. Il settore carboniero impiega 100 mila lavoratori e contribuisce alla produzione di oltre 65 milioni di tonnellate di carbone ogni anno (dati aggiornati al 2017). Inoltre, fanno sapere le organizzazioni non governative locali, in Polonia si registrano 40 mila decessi prematuri a causa dell’inquinamento atmosferico. Nonostante ciò, il primo gruppo pubblico del settore ha annunciato lo scorso 24 settembre l’approvazione definitiva della costruzione di una nuova centrale a carbone. La centrale verrà costruita nella città di Ostroleka, nel nord del Paese e, secondo le previsioni, avrà una potenza di 1000 megawatt e sarà capace di bruciare tre milioni di tonnellate di carbone all’anno. Il costo totale del progetto è stimato in 1,4 miliardi di euro (riporta ANSA). Perciò, non stupisce che il Paese risulti ultimo nella classifica dei paesi europei rispetto alla coerenza nell’assunzione degli impegni contro il cambiamento climatico, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Risultati molto bassi sono stati ottenuti anche da Cipro, Malta, Bulgaria, Estonia e Irlanda.

 

Figura 1. Classifica dei paesi europei sulla base dei provvedimenti attuati per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi (fonte: Climate Action Network)
 

Il rapporto sottolinea poi che il nuovo obiettivo di portare al 32% (il precedente obiettivo prevedeva il 27%) il valore che le energie rinnovabili dovranno avere nel mix energetico dell’Ue entro il 2030, non sarà sufficiente per rispettare l’Accordo di Parigi. Il Climate Action Network punta il dito soprattutto contro la scarsa volontà da parte delle economie più ricche dell’Ue di voler mantenere gli impegni presi. Ad esempio, la Francia, che nella classifica del Network ha ottenuto un giudizio “discreto”, posizionandosi al quarto posto, probabilmente non manterrà la promessa di arrivare al 23% di rinnovabili entro il 2020, a causa degli investimenti troppo bassi fatti nel settore. L’Italia, invece, risulta dodicesima in classifica e fa parte di quei paesi europei che ancora non si trovano a metà strada negli sforzi necessari a mantenere gli obiettivi. Tra questi figurano anche Gran Bretagna (14° posto), Finlandia (10° posto), Belgio (16° posto) e Germania (8° posto). Alla luce dei dati emersi dal rapporto, il direttore del Climate Action Network Europe, Wendel Trio, ha sottolineato l’urgenza di portare avanti delle politiche che abbiano obiettivi energetici e climatici più ambiziosi sia a livello europeo che nazionale.

Il rapporto del Network arriva in un momento particolare, ovvero a due mesi dall’avvio della COP24. Le premesse non sono però delle migliori. Ogni aumento di temperatura, anche di mezzo grado, sarà cruciale per il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi. Contenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5° gradi entro fine secolo rappresenta oggi un’ancora di salvezza per tutti quei paesi che si trovano ad essere esposti in prima linea ad eventi climatici estremi e che solamente così potranno proteggere i loro fragili ecosistemi, molti dei quali saranno perduti anche con l’aumento di 2°C della temperatura globale.