Italia distante obiettivi 2030_principale

L’Italia resta distante dagli Obiettivi dell’Agenda 2030

Secondo il Rapporto 2018 dell’ASviS l’Italia è indietro nel conseguimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030. Negli ultimi anni sono peggiorati povertà, situazione economica e occupazionale, disuguaglianze, condizioni delle città e qualità dell’ambiente. Tuttavia, secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile, cresce la coscienza ecologica: 3 italiani su 4 si dicono interessati a parlare di sostenibilità ambientale.


L’ASviS propone un piano di sviluppo sostenibile per l’Italia

È stato presentato lo scorso 4 ottobre a Roma, presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, il Rapporto 2018 dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, una rete formata da oltre 200 organizzazioni della società civile, nata tre anni fa con l’obiettivo di diffondere la cultura della sostenibilità e la conoscenza dei temi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’Agenda 2030 rappresenta un programma d’azione sottoscritto da 193 paesi del mondo (tra i quali l’Italia) il 25 settembre 2015, composto da 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals), ciascuno su un tema di interesse globale, da raggiungere entro il 2030, e 169 target, alcuni dei quali vanno raggiunti anche entro il 2020. Gli SDGs rappresentano il proseguimento dei precedenti 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals), presenti nella Dichiarazione del Millennio, ovvero la precedente agenda internazionale promossa dalla Nazioni Unite a settembre del 2000. Essi rappresentano una serie di obiettivi comuni su questioni importanti per lo sviluppo dell’umanità: dalla lotta alla povertà all’eliminazione della fame nel mondo, dal contrasto al cambiamento climatico alla riduzione delle disuguaglianze, per citarne alcuni. Il rapporto di quest’anno delinea una situazione critica per quanto riguarda le tendenze in atto in Italia rispetto a diversi obiettivi dell’Agenda 2030, attraverso un’analisi basata su 17 indicatori compositi (Figure 1 e 2), ciascuno relativo ad un diverso Goal. Negli ultimi anni, sottolinea l’ASviS, nel nostro Paese gli indicatori relativi a povertà (Goal 1), situazione economica e occupazionale (Goal 8), disuguaglianze (Goal 10), condizioni delle città (Goal 11) e qualità dell’ambiente (Goal 15) hanno rilevato un peggioramento. Per quanto riguarda gli obiettivi relativi all’accesso all’acqua e a strutture igienico-sanitarie sicure (Goal 6), sistema energetico (Goal 7), condizioni dei mari (Goal 14) e qualità della governance (Goal 16) la situazione è rimasta immutata. Un leggero miglioramento si registra, invece, nell’alimentazione e nell’agricoltura sostenibile (Goal 2), nella salute delle persone (Goal 3), nell’educazione (Goal 4), nella parità di genere (Goal 5), nell’innovazione tecnologica (Goal 9), nei modelli sostenibili di produzione e di consumo (Goal 12), nella lotta ai cambiamenti climatici (Goal 13) e nella cooperazione internazionale (Goal 17).

 

Figura 1. Indicatori sintetici per l’Italia relativi agli Obiettivi 1 – 8 dell’Agenda 2030 (fonte: Rapporto ASviS 2018

 

Figura 2. Indicatori sintetici per l’Italia relativi agli Obiettivi 9 – 16 dell’Agenda 2030 (fonte: Rapporto ASviS 2018

 

Dopo aver passato in rassegna l’evoluzione, negli ultimi anni, dei vari obiettivi dell’Agenda 2030, il rapporto evidenzia la necessità, per l’Italia, di adottare misure concrete affinché vengano raggiunti i target previsti. “Ciò che manca – ha evidenziato il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini nel corso della presentazione del rapporto – è una visione coordinata delle politiche per costruire un futuro dell’Italia equo e sostenibile”. Per fare questo, si legge nel rapporto, l’ASviS propone un piano d’azione articolato in nove punti, tra i quali compaiono l’introduzione dello “sviluppo sostenibile” tra i principi fondamentali della Costituzione, l’attivazione di una Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile (prevista dalla Direttiva della Presidenza del Consiglio del 16 marzo 2018), la trasformazione del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) in “Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile” e l’adozione di un’Agenda urbana nazionale che garantisca lo sviluppo sostenibile delle aree metropolitane, in linea con l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030. Si chiede inoltre che il Bes (indicatore di Benessere equo e sostenibile) entri a far parte della programmazione economica, che la Presidenza del Consiglio istituisca un organismo permanente di vigilanza sulle politiche a favore della parità di genere, che si predispongano delle linee guida rivolte alle amministrazioni pubbliche affinché applichino standard ambientali e organizzativi in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030, che si intervenga, a partire dalla prossima Legge di Bilancio, per assicurare il conseguimento dei 22 target previsti per il 2020 e che si attivino maggiori investimenti nella finanza sostenibile.

 

La transizione ad uno sviluppo sostenibile passa dalle persone

La voglia di sostenibilità emerge anche dai dati dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile 2018, un’indagine che analizza l’interesse e la percezione della popolazione circa il tema della sostenibilità, basata su conoscenza, atteggiamento, comportamenti d’acquisto e di consumo, scelte di turismo fatte da un campione rappresentativo di persone. L’indagine di quest’anno è stata svolta sotto il patrocinio della Commissione europea, del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, della Regione Lombardia e del Comune di Milano. Secondo i dati relativi al 2018 il tema della sostenibilità ambientale interessa ben 37,8 milioni di persone, ovvero il 74% della popolazione italiana (il 15% in più rispetto al 2017 e il 31% in più rispetto al primo Osservatorio del 2015). Tra i temi che più interessano gli italiani, sottolinea l’Osservatorio, figurano i benefici della raccolta differenziata, gli effetti dell’inquinamento atmosferico, l’agricoltura biologica e i danni causati dall’uso dei pesticidi. Negli ultimi anni, rileva l’indagine, sono aumentate le persone disposte ad usare le energie rinnovabili per alimentare i consumi nella propria casa e del proprio ufficio (96% degli intervistati) e quelle che ritengono che l’Italia debba investire maggiormente in questo settore, abbandonando le fonti fossili, come petrolio e carbone (95%). Sono inoltre aumentate le persone disponibili a spendere, anche qualcosa in più, per fare efficienza energetica, comprando lampade a LED ed elettrodomestici con minori consumi elettrici (73%).

I dati dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile sono positivi e sottolineano che uno degli “ingredienti fondamentali” nella transizione ad uno sviluppo sostenibile, oltre alla tecnologia e ad una buona governance, è proprio il cambiamento di mentalità delle persone (“L’Utopia sostenibile, 2018). Il 2030 è vicino e molti target vanno raggiunti entro il 2020. Insomma, ora bisogna passare dalle parole ai fatti e imboccare la strada dello sviluppo sostenibile.

verde urbano 2018_principale

Il verde urbano asset del settore edile

Nell’Unione europea, i consumi energetici per la climatizzazione degli edifici contribuiscono al 40% delle emissioni totali di CO2. Tetti, muri e pareti verdi creano un vero e proprio “cappotto” che protegge l’edificio e abbassa i costi energetici per il condizionamento climatico. Le coperture verdi contribuiscono inoltre a migliorare il microclima urbano, mitigando il fenomeno delle “isole di calore”, e attenuano gli effetti delle piogge intense, riducendo i deflussi dell’acqua verso il sistema idrico.


Tetti, muri e pareti verdi

Nell’Unione europea, i consumi energetici per la climatizzazione degli edifici contribuiscono al 40% delle emissioni totali di CO2. Per far fronte a questa situazione, la Commissione europea, prima con la COM(2013) 249 final “Infrastrutture verdi – Rafforzare il capitale naturale in Europa”, poi con la Direttiva(UE) 2018/844 del 30 maggio 2018, ha posto l’attenzione sulla necessità di adottare soluzioni basate sulle infrastrutture verdi nel settore edile. Tetti e pareti verdi per isolare e ombreggiare gli edifici a seconda della stagione, giardini pensili e piantumazioni di siepi e alberi nelle città per ridurre la domanda energetica per il riscaldamento e il raffrescamento. Il tutto volto al raggiungimento degli obiettivi europei in termini di miglioramento dell’efficienza energetica. Le coperture vegetali, tecnicamente definite tetti verdi (Green roof),  muri verdi (Green walls) e pareti verdi (Green facades), possono essere realizzate su un’ampia gamma di edifici (Figura 1), a partire dalle infrastrutture pubbliche come scuole, uffici pubblici, fino ad arrivare alle aree industriali, ai condomini e agli edifici residenziali in generale (Dessì, 2007).

 

Figura 1. Tetti, pareti e muri verdi realizzati sull’edificio a seconda della loro collocazione sulla struttura costruita.

 

Verde verticale, verde orizzontale

Il verde verticale (pareti e muri verdi) risulta particolarmente efficace contro gli eccessi di temperatura nel periodo estivo grazie alla sua capacità di creare un cappotto verde in grado di proteggere l’edificio e abbassare i costi energetici per il condizionamento climatico (Figura 2). Il verde orizzontale (tetti verdi), d’altro canto, si dimostra utile per l’isolamento degli ultimi piani dell’edificio e contribuisce ad attenuare la pericolosità delle piogge intense, le cosiddette “bombe d’acqua” (Figura 3). Il verde orizzontale comprende essenzialmente tre tipologie di applicazione: tetti verdi estensivi, intensivi e semi-intensivi. Queste tre tipologie si basano sulle specifiche caratteristiche delle specie vegetali adattate all’edificio e della stratigrafia di costruzione. Pertanto, bisogna tener conto dello strato di impermeabilizzazione, del drenaggio, del substrato di coltivazione e dello strato di vegetazione, cioè la “copertura verde”.

 

Figura 2. Copertura vegetale verticale realizzata presso la Scuola delle Energie dell’ENEA, Casaccia (piattaforma dimostrativa)

 

Figura 3. Copertura vegetale sperimentale realizzata sul tetto della Scuola delle Energie dell’ENEA, Casaccia (piattaforma dimostrativa)

 

Particolare attenzione nella realizzazione di una copertura vegetale deve essere posta al peso della stratigrafia che costituisce l’infrastruttura verde. A questo proposito, la normativa italiana UNI 11235 descrive le caratteristiche dei materiali e dei componenti  con i quali si realizza la copertura vegetale.

 

Figura 4. Tipologie di applicazione del verde orizzontale (tetti verdi estensivi, intensivi e semi-intensivi)

 

I benefici delle infrastrutture verdi

I benefici per gli edifici dovuti alla realizzazione di coperture vegetali sono essenzialmente i seguenti: 

  • contenimento della temperatura superficiale dovuto ai minori effetti radiativi notturni della massa verde grazie al quale lo strato verde raggiunge valori superiori a quelli esterni;
  • diminuzione del calore apportato dalla radiazione solare grazie ad alcune proprietà delle piante, in primis, evapotraspirazione e fotosintesi clorofilliana; 
  • aumento dell’isolamento dei materiali della stratigrafia del lastrico solare che in estate contribuisce a mantenere una temperatura inferiore negli spazi interni sottostanti il tetto verde.

Considerato che i tetti e i terrazzi rappresentano il 20% della superficie totale delle città, la realizzazione di coperture vegetali, oltre ai vantaggi prima indicati, avrebbe effetti significativi anche sul microclima urbano, contribuendo a contrastare il fenomeno della cosiddetta “isola di calore urbana” (Urban Heat Island), che causa differenze di temperatura tra il centro cittadino e la campagna non inferiori ai 3 °C (Figura 5). Alla formazione delle isole di calore contribuiscono inoltre il riscaldamento eccessivo dei manti stradali, le coperture superficiali e verticali degli edifici e l’inquinamento atmosferico.

 

Figura 5. Effetti delle “isole di calore”

 

Alla luce dei numerosi benefici delle infrastrutture verdi in termini di efficienza energetica (diminuzione dei consumi energetici per il condizionamento degli edifici), miglioramento del microclima urbano (mitigazione del fenomeno delle “isole di calore urbane”) e attenuazione degli effetti delle cosiddette “bombe d’acqua” (riduzione dei deflussi dell’acqua verso il sistema idrico), il verde urbano può ormai essere considerato un vero e proprio asset del settore edile.  


Nota:

L’immagine d’intestazione dell’articolo mostra una copertura verde verticale. La foto è stata scattata da Andrea Campiotti (autore dell'articolo) nel quartiere parigino di Montmartre, XVIII arrondissement ("Pareti verdi a Montmartre").

Rischio ob

A rischio il primo obiettivo dell’Agenda 2030

1,3 miliardi di persone nel mondo sono povere. La metà di questi è costituita da persone sotto i 18 anni. A questi si aggiungono altri 879 milioni di persone che potrebbero cadere in condizioni di povertà a causa di conflitti, malattie, siccità, disoccupazione e altri fattori. A dirlo è l’ultimo Multidimensional Poverty Index. 


La metà di tutte le persone che vivono in condizioni di povertà nel mondo ha meno di 18 anni. Questo è uno dei dati più allarmanti presenti nell’ultimo Multidimensional Poverty Index (MPI), una misurazione alternativa rispetto a quella meramente economica, basata esclusivamente sul reddito pro-capite, che prende in considerazione tre fattori determinanti per lo sviluppo della persona: salute, educazione e standard di vita (Figura 1). Ideato dall’Oxford Poverty and Human Development Initiative (OPHI) insieme con lo United Nations Development Programme (UNDP) e giunto quest’anno alla sua ottava edizione, il MPI costituisce oggi uno degli strumenti statistici più attendibili nella misurazione della povertà. L’Indice sulla povertà multidimensionale prende in considerazione le condizioni di povertà di 104 Paesi dove vivono 5,6 miliardi di persone, circa tre quarti della popolazione globale. Dall’Indice emerge che 1,3 miliardi di persone nel mondo vive in condizioni di povertà multidimensionale e la metà di questi è in gravi condizioni. L’83% dei poveri multidimensionali vive nell’Africa subsahariana e nei Paesi dell’Asia meridionale, rispettivamente 560 milioni di persone (58% della popolazione), di cui 342 milioni in condizioni molto gravi, e 546 milioni (31% della popolazione), di cui 200 milioni gravi. I dati inerenti alle altre regioni del mondo sono meno gravi e vanno dal 19% negli Stati arabi al 2% in Europa e in Asia centrale.

L’Indice rileva poi significative disparità all’interno dei singoli Paesi: su 1.101 regioni subnazionali analizzate in 87 Paesi si rilevano forti diseguaglianze, soprattutto fra le regioni urbane e quelle rurali. Queste ultime raccolgono la maggior parte dei poveri multidimensionali, circa 1,1 miliardi di persone, con un tasso di povertà quattro volte superiore a quello rilevato nelle aree urbane. Nonostante la povertà multidimensionale sia molto diffusa, vi sono alcuni segni di miglioramento. In India, ad esempio, tra il 2006 e il 2016, 271milioni di persone sono uscite dalla povertà, mentre tra il 2006 e il 2017 l’aspettativa di vita nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale è aumentata rispettivamente di 7 e di 4 anni. Al contempo, il tasso di istruzione primaria in queste regioni è salito al 100%.

 

Figura 1. Tre fattori determinanti per lo sviluppo della persona: salute, educazione e standard di vita (fonte: Multidimensional Poverty Index, 2018)

 

“L’Indice di povertà multidimensionale è uno strumento efficace per esaminare la povertà a livello globale – ha sottolineato il Direttore dell’OPHI Sabina Alkire. “Le misure tradizionali di povertà, spesso calcolate sul numero di persone che guadagnano meno di un 1,90 dollari al giorno, fanno luce sul reddito pro-capite ma non sono sufficienti a capire come queste persone affrontano la povertà nella loro vita quotidiana. “Il MPI – ha evidenziato la Alkire – fornisce un’immagine complementare della povertà e di come influisce sulla vita delle persone nel mondo”. L’Agenda 2030 tra i suoi obiettivi si pone quello di sconfiggere la povertà in tutte le sue forme in ogni parte del mondo (Goal 1). L’Indice di povertà multidimensionale fornisce uno strumento prezioso per comprendere la povertà nella sua multidimensionalità, considerando coloro che sono poveri, gravemente poveri e molto vicino a diventare poveri. A questo proposito, i dati contenuti nell’Indice mostrano che oltre agli 1,3 miliardi di persone nel mondo classificate come “poveri”, vanno aggiunti altri 879 milioni che sono a rischio di cadere in povertà a causa di conflitti, malattie, siccità, disoccupazione e altri fattori. Questi ultimi fanno salire il numero di poveri multidimensionali nel mondo a quota 2 miliardi.