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Gli effetti del cambiamento climatico sui sistemi agricoli globali

I cambiamenti climatici sconvolgeranno l’agricoltura e il mercato dei prodotti alimentari a livello globale. A dirlo è un rapporto della FAO presentato a Roma lo scorso 17 settembre. Tuttavia, le regole del commercio internazionale stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio e i nuovi meccanismi di adattamento ai cambiamenti climatici indicati dall’Accordo di Parigi, sottolinea la FAO, potranno essere di reciproco sostegno per riuscire a trasformare il mercato agricolo-alimentare in un pilastro della sicurezza capace di adattarsi ai mutamenti globali.


Gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura

Le temperature sono in costante aumento a livello globale, assistiamo ad eventi climatici estremi come alluvioni, inondazioni e uragani sempre più frequentemente, le calamità naturali minacciano l’economia, il territorio e la popolazione in numerose regioni del mondo. E non è tutto: nei prossimi anni, i cambiamenti climatici sconvolgeranno anche i sistemi agricoli e il mercato dei prodotti alimentari a livello globale. I Paesi che si trovano nella fascia climatica temperata avranno benefici per l’agricoltura dovuti all’innalzamento della temperatura, ma i Paesi che invece si trovano a basse latitudini vedranno un peggioramento delle performance dei loro sistemi agricoli. Questo è quanto emerge dal rapporto della FAO dal titolo The State of agricultural commodity markets 2018 , presentato nella sede romana dell’Organizzazione lo scorso 17 settembre. Le regole del commercio internazionale stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio e i nuovi meccanismi di adattamento ai cambiamenti climatici indicati dall’Accordo di Parigi, sottolinea la FAO, possono essere di reciproco sostegno per riuscire a trasformare il mercato agricolo-alimentare in un pilastro della sicurezza capace di adattarsi ai mutamenti globali. Poiché i cambiamenti climatici saranno destinati ad alterare significativamente la capacità di molte regioni del mondo di produrre cibo (Figura 1), la FAO prevede che il commercio internazionale di prodotti agricoli e alimentari avrà un ruolo sempre più importante nella lotta alla fame, in crescita da tre anni. A questo proposito, l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare e della denutrizione nel mondo evidenzia dati allarmanti: nel 2017, 821 milioni di persone nel mondo (17 milioni in più rispetto al 2016), vale a dire una persona su nove a livello globale, hanno sofferto di denutrizione. Di questi, 151 milioni (nel 2012 erano 169 milioni) sono bambini al di sotto dei cinque anni con forti probabilità di subire ritardi nella crescita, nell’apprendimento e nelle capacità richieste dagli impegni futuri. Tutto ciò avviene, sottolineano le Nazioni Unite, a fronte di un aumento del numero di persone che sono in sovrappeso, 2,6 miliardi di persone a livello globale secondo i dati dell’Accademia Pontificia delle Scienze, e di un enorme spreco alimentare quantificato in 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate via ogni anno per un valore economico che supera i 1.000 miliardi di dollari.

 

Figura 1. Effetti del Cambiamento climatico sui sistemi agricoli globali al 2050 (fonte: rapporto “The State of agricultural commodity markets 2018", FAO)

 

“Dobbiamo garantire che l’evoluzione e l’espansione del commercio agricolo siano eque e operino nella direzione dell’eliminazione della fame, dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione – ha affermato il direttore generale della FAO José Graziano da Silva nel corso della presentazione del rapporto. “Il commercio internazionale – ha sottolineato da Silva – ha la capacità di stabilizzare i mercati e ridistribuire il cibo dalle regioni in eccedenza verso quelle deficitarie, aiutando i paesi ad adattarsi ai cambiamenti climatici e contribuendo a promuovere la sicurezza alimentare”. Una prospettiva che emerge con forza soprattutto in quelle aree del mondo maggiormente soggette ai cambiamenti climatici. Molti Paesi si affidano già oggi ai mercati internazionali come fonte di cibo, sottolinea la FAO, per far fronte ai propri deficit nelle produzioni agricole dovuti alla limitata disponibilità di terra e acqua per cui devono far fronte ad elevati costi per le produzioni agricole. Ad esempio, il Bangladesh, nel 2017, ha tagliato i dazi doganali sul riso per aumentare le importazioni e stabilizzare il mercato interno a seguito delle gravi inondazioni che avevano colpito il Paese e fatto salire i prezzi di oltre il 30%. Nella stessa direzione si è  mosso il Sudafrica, grande produttore ed esportatore di mais, che ha di recente aumentato le importazioni per limitare i danni causati dai frequenti periodi di siccità.

 

Le conseguenze per l’economia globale

Il rapporto FAO sullo stato dei mercati agricoli globali fornisce anche una panoramica dell’andamento del sistema commerciale dei prodotti agricoli e alimentari negli ultimi anni. Dopo una rapida crescita dei commerci a registrata a livello globale tra il 2000 e il 2008, sottolinea il rapporto, si è invertita la rotta negli anni successivi. Tuttavia, i commerci sono cresciuti significativamente sotto il profilo economico passando da 570 miliardi di dollari nel 2000 a 1.600 miliardi di dollari nel 2016. Questa crescita è stata dovuta, spiega la FAO, alla vertiginosa espansione economica della Cina e di altre economie emergenti come India, Indonesia e Brasile. Ad esempio, tra il 2000 e il 2016, il Brasile ha aumentato le esportazioni di prodotti alimentari dal 3,2% al 5,7%, la Cina ha superato Canada e Australia ed è diventato il quarto più importante esportatore agricolo del mondo, l'Indonesia e l'India hanno aumentato le loro esportazioni agricole posizionandosi tra i primi dieci maggiori esportatori di cibo al mondo, rispettivamente all'ottavo e al decimo posto. Nello stesso periodo, la quota combinata del valore totale delle esportazioni di Stati Uniti, Unione europea, Australia e Canada è diminuita di dieci punti percentuali. Tuttavia, nei prossimi anni, saranno molti i Paesi, situati soprattutto nel Sud del mondo, a pagare il prezzo più elevato dell’impatto del Cambiamento climatico. Le proiezioni della FAO al 2050 tratteggiano una situazione allarmante per l’Africa, dove la produzione agricola potrebbe subire un calo di quasi il 3% rispetto alla baseline, cioè lo scenario ipotetico che considera costanti le condizioni climatiche, per l’India dove si prevede un calo del 2,5% e per il Medio Oriente dove si prevede un calo più o meno analogo.  Al contrario, i Paesi che si trovano nella fascia climatica temperata, come Canada e Russia avranno vantaggi da qualche grado centigrado in più e avranno la possibilità, ad esempio, di avviare colture di cereali e altri prodotti in zone, ad oggi, ancora troppo fredde e inospitali (Figura 2).

 

Figura 2. Effetti del Cambiamento climatico sui prezzi dei prodotti alimentari nel mondo al 2050 (fonte: rapporto “The State of agricultural commodity markets", FAO)

 

A causa del Cambiamento climatico, i prezzi dei prodotti alimentari tenderanno ad aumentare a livello globale, seppure in modo differente da regione a regione. La FAO prevede per i Paesi dell’Africa Occidentale un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari legato al clima del 5,6%, per l’India del 4,6% e per il Sud-Est asiatico dell’1,3%. Il PIL africano e del Sud-Est asiatico potrebbe contrarsi in modo significativo, rispettivamente del 2,5% e del 2% rispetto alla baseline.

Le proiezioni della FAO sugli effetti dei cambiamento climatico sull’agricoltura e sul mercato dei prodotti alimentari evidenziano una situazione molto critica. Continuando di questo passo, avverte l’Organizzazione, le disuguaglianze esistenti continueranno ad aggravarsi e il divario tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo aumenterà ulteriormente. Fenomeni tra i quali povertà, insicurezza alimentare, denutrizione, conflitti e crisi migratorie, già in costante aumento, si intensificheranno nei prossimi anni e, ancora una volta, a pagare il prezzo maggiore, saranno i Paesi più vulnerabili agli effetti del Cambiamento climatico.

UE mercato plastiche

L’Unione europea punta a un mercato delle plastiche riciclate

Dopo la Strategia europea per il riciclo della plastica e il pacchetto europeo sull’economia circolare, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per la creazione di un mercato unico delle plastiche riciclate, la messa al bando entro due anni delle microplastiche nei prodotti cosmetici e per la pulizia e nuove norme sulla biodegradabilità e compostabilità dei rifiuti plastici. Un mare di plastica anche in agricoltura: i rifiuti plastici nel comparto agricolo rappresentano il 3-6% di tutti quelli prodotti a livello globale.


Quanta plastica si ricicla in Europa

I Paesi dell’Unione europea producono ogni anno circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti, soprattutto materiali plastici, di cui solamente il 30% viene riciclato, mentre il 39% viene incenerito e il restante 31% smaltito nelle discariche. Nel complesso, la produzione e l’incenerimento della plastica in Europa sono responsabili, a livello globale, dell’emissione di oltre 400 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (dati della Commissione europea). Una parte considerevole di tutti i rifiuti prodotti a livello europeo viene esportato per il trattamento in altri paesi extraeuropei. Sino al 2016, ad esempio, l’85% di tutta la plastica made in Ue veniva inviata in Cina e nella regione amministrativa speciale di Hong Kong per essere trattata.  Per avere un’idea dell’enorme quantità di rifiuti plastici in questione, basti considerare che il mercato dell’import dei rifiuti in Cina nel 2016 ha assorbito il 70% di tutti i rifiuti plastici raccolti e selezionati a livello globale per un valore di 21,6 miliardi di dollari (4,6 dei quali nella sola Hong Kong). Tuttavia, a gennaio di quest’anno la Cina ha annunciato una stretta sull’importazione dei rifiuti dall’Europa. Nel 2017, infatti, il Governo di Pechino aveva notificato all’Organizzazione mondiale del commercio che da gennaio 2018 avrebbe imposto divieti all’importazione di alcune tipologie di materiali raggruppabili in quattro categorie: plastica, carta straccia, rifiuti tessili e scorie minerali. La stretta sull’importazione dei rifiuti da parte della Cina ha preoccupato l’Unione europea, che ha dovuto mettere in campo nuove misure per il riciclo e il riutilizzo dei prodotti, in particolare di quelli plastici. Pertanto, a gennaio di quest’anno la Commissione europea ha approvato la prima Strategia europea per il riciclo della plastica con l’obiettivo di riciclare e rendere riutilizzabili tutti gli imballaggi di plastica presenti sul mercato europeo entro il 2030, ridurre l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso e limitare l’uso intenzionale di microplastiche. Alla Strategia si è aggiunto poi il pacchetto europeo sull’economia circolare, approvato in via definitiva dal Parlamento europeo ad aprile di quest’anno e che dovrà essere recepito dai vari Paesi dell’area Ue entro due anni dalla sua approvazione. Il pacchetto stabilisce nuovi target: entro il 2025, almeno il 55% dei rifiuti urbani domestici e commerciali dovrà essere avviato a riciclo. L’obiettivo salirà al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Inoltre, il 65% dei materiali da imballaggio in circolazione dovrà essere riciclatoentro il 2025. La quota dovrà salire, secondo le stime della Commissione europea, al 70%  entro il 2030. Vengono poi fissati dei sotto-target distinti per materiali da imballaggio, come plastica, legno, metalli ferrosi, alluminio, vetro, carta e cartone.

Le nuove norme contenute nel pacchetto fissano al 10% la quota dei rifiuti da smaltire in discarica entro il 2035 (Tabella 1). Il pacchetto stabilisce infine l’obbligatorietà della raccolta differenziata per alcuni particolari tipi di rifiuto, indicando specifici target da raggiungere: rifiuti tessili entro il 2025; umido e rifiuti organici (bio-waste) entro il 2023; rifiuti pericolosi domestici (vernici, pesticidi, oli e solventi) entro il 2022.

 

Materiale

Entro il 2025

Entro il 2030

Tutti i tipi di imballaggi

65%

70%

Plastica

50%

55%

Legno

25%

30%

Metalli ferrosi

70%

80%

Alluminio

50%

60%

Vetro

70%

75%

Carta e cartone

75%

85%

 

Tabella 1. Target distinti per materiali da imballaggio specifici secondo il pacchetto europeo sull’economia circolare (fonte: Commissione europea)

 

Un mare di plastica in agricoltura

L’agricoltura protetta nel mondo si estende per oltre 3 milioni di ettari (Ha) tra serre, grandi tunnel e tunnel e circa il 70% delle coltivazioni protette utilizza film plastici flessibili. Nel complesso, l’agricoltura produce una quota compresa tra il 3 e il 6% di tutti i rifiuti plastici prodotti a livello globale, secondo delle stime dell’Associazione europea Materiali Plastici. Il volume dei film plastici utilizzati in agricoltura ammonta a 500 mila tonnellate, costituite soprattutto da polietilene a bassa densità (LDPE), cioè il polimero più commercializzato, Etilvinilacetato (EVA) e Cloruro polivinile (PVC). Particolarmente diffusa è la pacciamatura nell’area mediterranea, dove raggiunge un’estensione di quasi 200 mila ettari, di cui oltre 140 mila in Francia e Spagna, 25 mila in Italia e i restanti 35 mila tra gli altri Paesi europei che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Per quanto riguarda i consumi di plastica nel comparto serre, si stima che in Italia, su un totale di 45 ettari adibiti esclusivamente a colture in serra, si producano 85 mila tonnellate di rifiuti plastici (Figure 1 e 2), di cui oltre 40 mila derivanti dalla pacciamatura. A questi si aggiungono quelli derivanti dall’irrigazione, circa 63 mila tonnellate, e dalla raccolta e la conservazione dei prodotti agricoli, altri 63 mila tonnellate. Alla luce degli enormi consumi di plastica nel settore agricoltura, gli operatori del settore propongono soluzioni più sostenibili che riducano l’impiego della plastica e compensino la riduzione di luce attraverso l’uso di sistemi fotovoltaici (fonte: Progetto MODEM, ENEA, 2010).

 

Figura 1. Serre nella provincia di Ragusa, in Sicilia

 

Figura 2. Rifiuti plastici prodotti nella serricoltura

 

Il Parlamento europeo vota una risoluzione contro le microplastiche

Nel tentativo di proteggere l’ambiente e contrastare ulteriormente l’inquinamento da plastica, il Parlamento europeo ha approvato il 13 settembre una risoluzione non vincolante (approvata dalla Commissione europea lo scorso 10 luglio) relativa alla Strategia europea per il riciclo della plastica, che chiede la creazione di un mercato unico per le plastiche riciclate, la messa al bando delle microplastiche nei cosmetici e nei prodotti per la pulizia entro due anni, incentivi per la raccolta dei rifiuti marini in mare, nuove norme a livello europeo in materia di biodegradabilità e compostabilità e un divieto totale all’impiego di plastiche oxodegradabili (plastiche convenzionali addizionate con speciali additivi che facilitano la rottura delle catene polimeriche) entro il 2020. Per quanto riguarda il riciclo delle materie plastiche, gli eurodeputati promotori della risoluzione chiedono alla Commissione europea di fissare standard qualitativi al fine di rafforzare il mercato della plastica secondaria. Per favorire lo sviluppo di un vero e proprio mercato della plastica secondaria, si propone anche la possibilità di ridurre l’IVA sui prodotti fatti con materiali di seconda generazione. La risoluzione sottolinea inoltre la necessità di avere un sistema di responsabilità estesa del produttore e campagne di sensibilizzazione sul tema dell’inquinamento da plastica rivolte ai cittadini europei. Nel frattempo, la Commissione per l’ambiente del Parlamento europeo sta esaminando una proposta di legge che prevede il divieto di commercializzare prodotti di plastica monouso, come posate, piatti, cannucce e attrezzi da pesca, con l’obbligo da parte dei produttori di contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti di plastica. Il voto è previsto per ottobre.

cambiamenti clima principale

I cambiamenti climatici hanno un ruolo chiave nell’Agenda internazionale

Un recente rapporto pubblicato in occasione del Global Climate Action Summit sottolinea che gli Stati Uniti non saranno in grado di mantenere gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi in termini di riduzione delle emissioni di gas serra. La città di New York dimostra la sua sensibilità ambientale e avvia l’istallazione di dieci “climate signals” per informare i cittadini sui rischi del cambiamento climatico. La Commissione europea promuove lo sviluppo di piani d’azione per fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico.


Gli Stati Uniti non rispetteranno l’Accordo di Parigi

Si è concluso venerdì scorso il Global climate action summit, due giorni di conferenze, meeting e incontri sul tema dei cambiamenti climatici organizzato a San Francisco, in California. Al Summit hanno partecipato esperti da tutto il mondo, amministratori locali, politici e rappresentanti di organizzazioni non governative per un totale di oltre 4 mila delegati, per discutere delle possibili soluzioni da adottare nella lotta al cambiamento climatico. Tra i numerosi ospiti presenti al Summit anche Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti nell’amministrazione Clinton e premio Nobel per la Pace nel 2007, l’ex segretario di Stato nell’amministrazione Obama John Kerry, il governatore della California Jerry Brown, la responsabile dell’Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) Patricia Espinosa, gli attori Robert Redford e Alec Baldwin, ministri di vari Paesi e molti sindaci e delegazioni di amministrazioni locali, tra i quali anche il sindaco di Assisi (città gemellata con San Francisco) Stefania Proietti e una delegazione della Regione Emilia-Romagna composta dal Presidente Stefano Bonaccini, da alcuni assessori regionali e rappresentati di università e imprese. Il Summit si è aperto con la pubblicazione di un rapporto riguardante l’impatto che le emissioni di gas serra prodotte dagli Stati Uniti hanno sul Pianeta. Il rapporto sottolinea che gli Stati Uniti non saranno in grado di rispettare l’obiettivo originale che prevedeva un taglio del 26% (rispetto al 2005) delle emissioni di CO2 entro il 2025. La riduzione delle emissioni, infatti, potrà avvenire solo attraverso la volontà degli Stati e delle centinaia di città che, in controtendenza con la linea di governo, stanno portando avanti politiche di decarbonizzazione. Considerato che gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali responsabili delle emissioni di CO2 a livello globale, circa il 15% del totale, il mancato raggiungimento degli obiettivi avrà considerevoli ripercussioni per quanto riguarda l’aumento della temperatura globale (Figura 1).

 

Figura 1. L’immagine mostra l’aumento della temperatura a livello globale entro il 2100 che può variare a seconda dello scenario proposto: senza provvedimenti, rispettando pienamente gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi, rispettandoli con o senza gli Stati Uniti (fonte: Ansa)

 

L’Unione europea, invece, si è prefissata degli obiettivi più ambiziosi rispetto agli Stati Uniti in termini di riduzione delle emissioni di CO2. Prendendo in considerazione lo stesso periodo, le emissioni nell’area Ue sono diminuite del 21% dal 2005 ad oggi e dovrebbero subire un ulteriore taglio del 28% entro il 2025 (dati del Climate Action Tracker).

 

New York istalla i “climate signals”

“Negare il cambiamento climatico uccide”. Questa è una delle tante frasi proiettate su una serie di cartelli luminosi installati per le vie di New York dal Climate Museum, il primo museo al mondo dedicato esclusivamente al tema dei cambiamenti climatici, nato a dicembre del 2017. Si tratta di dieci pannelli (Figura 2), interamente alimentati ad energia solare, collocati nei principali quartieri della città che proiettano giorno e notte frasi di ammonimento sui rischi del cambiamento climatico, invitando i cittadini ad agire più responsabilmente nei confronti del Pianeta. L’obiettivo del progetto, promosso in collaborazione con l’amministrazione newyorchese, è infatti quello di sensibilizzare i cittadini sulle tematiche ambientali e per farlo l’arte può giocare un ruolo determinante.

 

Figura 2. Uno dei dieci “climate signals” installati a New York. Sull’altra sponda del fiume l’isola di Manhattan (foto: Tryggvi Adalbjornsson) 

 

Dal 2014 ad oggi l’istallazione di pannelli solari a New York è aumentata di sei volte, la raccolta differenziata e la gestione delle acque sono state migliorate, sono stati piantati oltre 620 mila alberi in città e investiti quasi 4 miliardi di dollari per la tutela delle coste.

 

Il ruolo del verde urbano in Europa

La Commissione europea si sta muovendo sul tema della riduzione dei consumi energetici per il riscaldamento e il raffreddamento degli edifici. Con la Direttiva COM(2013) 249 final “Infrastrutture verdi-Rafforzare il capitale naturale in Europa” e la Direttiva(UE) 2018/844 la Commissione sta puntando su soluzioni naturali, come coltri vegetali, giardini pensili, piantumazioni di siepi ed alberi, per le città al fine di contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2 (Tabella 1) e migliorare l’efficienza energetica degli edifici urbani.

 

Tipologia vegetali

CO2 sequestrata per anno

Piante erbacee

4,38 kg/m²

Piante arbustive

8,76 kg/m²

Piante rampicanti

6,57kg/m²

Tabella 1. Quantità di CO2 sequestrata dalle piante (fonte: “Le coltri vegetali per l’efficienza energetica degli edifici”, ENEA, “Energia, ambiente e innovazione, 2/2018) 
 

Coltri vegetali, tetti verdi e verde parietale (green roofs and walls) rafforzano lo strato isolante delle pareti dell’edificio, contribuendo al riscaldamento, in inverno, e al raffrescamento, in estate, in linea con gli obiettivi dell’Ue che mirano a ridurre i consumi di energia per gli edifici. In questo senso la Commissione europea promuove lo sviluppo di piani di azione (Action plans) volti a migliorare la sostenibilità energetica e ambientale delle città, sensibilizzando al contempo enti locali, associazioni e cittadini sulla necessità di fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, in primis eventi meteorologici estremi tra i quali precipitazioni violente e ondate di caldo eccessivo (Tabella 2).

 

 

Bologna (Italia)

 

Green Areas Inner-city Agreement (GAIA 2010)

 

Incremento del numero di alberi

1300 nuovi alberi per l’assorbimento di 4000 t CO2

Milano

Bosco verticale

Grattacielo composto di due torri di 112 e 80 metri

800 alberi, 19 essenze vegetali

Milano

Giardino terapeutico

Inserito nella struttura del nuovo Policlinico

6.900 m2 di verde pensile

Stoccarda (Germania)

Obbligo di rispettare le quote verdi per gli edifici pubblici (2008)

Corridoi verdi di ventilazione per il raffrescamento dell’aria;

Piantumazione e adozione di alberi da parte dei cittadini

14 km2 (tetti verdi);

60% dell’area urbana verde

Londra

(UK)

London Great Outdoors (2009)

Realizzazione di tetti verdi

500.000 m2

New York (USA)

NYC Cool Roofs

Rivestimento dei tetti con una vernice bianca isolante per ridurre i consumi di energia

 

635.000 m2

Tabella 2. Verde urbano a Bologna, Milano, Stoccarda, Londra e New York