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Cambiamento climatico, serve un’azione più incisiva

Recenti studi sugli effetti del cambiamento climatico dimostrano i benefici di un’azione più incisiva a livello globale. La Conferenza sul clima di Bangkok (Tailandia), una sessione negoziale straordinaria prima della COP24 che si terrà il prossimo dicembre a Katowice (Polonia), si è chiusa con pochi progressi. Senza un cambio di rotta, fa sapere l’Unfccc, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono a rischio. 


Serve un’azione climatica più incisiva

La Global Commission on the New Climate Economy ha pubblicato di recente il rapporto Unlocking the Inclusive Growth Story of the 21st Century. Il rapporto dimostra che un’azione climatica più incisiva, in linea con gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, apporterebbe all’economia mondiale enormi vantaggi in termini economici. In particolare, vengono presentate le opportunità legate alla lotta al cambiamento climatico attraverso cinque sistemi economici chiave: sistemi energetici puliti, sviluppo urbano intelligente, uso sostenibile del suolo, più equa gestione delle risorse idriche, economia circolare nell’industria. Nel rapporto si sottolinea che entro il 2030 un’azione più incisiva nella lotta la cambiamento climatico potrebbe produrre oltre 65 milioni di nuovi posti di lavoro nell’economia low-carbon; evitare oltre 700 mila morti premature per inquinamento atmosferico; generare circa 2,8 trilioni di dollari di entrate pubbliche all’anno attraverso la riforma delle sovvenzioni ai combustibili fossili e l’aumento del prezzo del carbone (Figura 1). A questo proposito, evidenzia il rapporto, in Europa l’eliminazione delle sovvenzioni ai combustibili fossili potrebbe ridurre la spesa sanitaria pubblica per malattie causate dall’inquinamento atmosferico di circa 7,2 miliardi di dollari tra il 2018 e il 2030.

 

Figura 1. La nuova agenda per la crescita (fonte: Global Commission on the New Climate Economy)

 

Il rapporto non analizza solo i benefici di una più forte azione climatica ma anche i costi legati ad una situazione nella quale non si agirebbe prontamente nella lotta al cambiamento climatico. Non agire, si legge nel rapporto, comporterebbe perdite economiche annuali superiori a 320 miliardi di dollari, che corrispondono alle perdite economiche calcolate nel 2017 sulla base dei danni causati dal cambiamento climatico. Inoltre, fa sapere la Global Commission on the New Climate Economy, non agire produrrebbe oltre 140 milioni di migranti climatici entro il 2050 (dati World Bank). Si tratta di un fenomeno in forte crescita: già oggi, sottolinea il Fondo Monetario Internazionale, le conseguenze peggiori dei cambiamenti climatici vengono registrate in aree nelle quali abita il 60% della popolazione mondiale. Nel 2016, ad esempio, secondo l’Unfccc, oltre 23 milioni di persone nel mondo sono state costrette a fuggire dalle loro terre perché colpite da catastrofi di natura climatica. Il rapporto della Global Commission invita pertanto governi, leader economici e imprese di tutto il mondo ad adottare urgentemente misure su alcuni temi chiave nei prossimi 2-3 anni: intensificare il lavoro sui prezzi del carbonio e passare alla divulgazione obbligatoria dei rischi finanziari connessi al cambiamento climatico; accelerare gli investimenti in infrastrutture sostenibili; liberare maggiori investimenti in innovazione.

 

L’azione locale essenziale per rispettare l’Accordo di Parigi

Un recente studio dell’Università di Yale, svolto in collaborazione con l’Agenzia per la protezione dell’ambiente olandese e il New Climate Institute, dal titolo Global climate action from cities, regions and businesses: individual actors, collective initiatives and their impact on global greenhouse gas emissions mostra il ruolo essenziale dell’azione locale contro il cambiamento climatico per il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi. Se gli attuali impegni presi da città, regioni e imprese saranno pienamente rispettati, sottolinea lo studio, entro il 2030 le emissioni globali di CO2 potrebbero diminuire di 1,5 – 2,2 GtCO2/anno. In particolare, nella sola Unione europea, si potrebbe arrivare ad una riduzione delle emissioni da 230 a 445 MgCO2/anno, più o meno l’equivalente di tutte le emissioni di CO2 prodotte dall’Italia in un anno.

Lo studio si concentra sull’Unione europea e su nove Paesi in cui si riscontrano elevate emissioni di CO2, ovvero Cina, Stati Uniti, India, Brasile, Giappone, Indonesia, Russia, Messico e Sudafrica e analizza gli sforzi per ridurre le emissioni intrapresi da circa 6.000 città (dove vive il 7% della popolazione globale) e oltre 2000 imprese. L’Ue si prefigge come obiettivo quello di ridurre le emissioni di gas serra del 20% al 2020 e del 40% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, aumentando al contempo la quota di rinnovabili nel consumo complessivo di energia (20% al 2020 e 35% al 2030) e diminuendo la domanda di energia (meno 20% al 2020 e meno 30% al 2030) mediante l’aumento dell’efficienza energetica (dati Ministero dello sviluppo economico, ENEA, Commissione europea). Per quanto riguarda gli obiettivi a lungo termine, l’Ue intende ridurre le proprie emissioni in misura sostanziale dell’80% – 95% rispetto a livelli del 1990 entro il 2050 e trasformare il “vecchio Continente” in un’economia ad elevata efficienza energetica e a basse emissioni di carbonio, in grado anche di stimolare la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro nell’economia verde. A questo proposito, è significativo quanto riportato dal rapporto delle Nazioni Unite “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo 2018: economia verde con occupazione”, secondo cui gli investimenti fatti dai Paesi per limitare a 2 °C il riscaldamento globale consentiranno la creazione di 24 milioni di posti di lavoro a livello globale entro il 2030, di cui non meno di due milioni in Europa, e di altri 6 milioni attraverso lo sviluppo dell’economia circolare (dati del World Employment and Social Outlook 2018 Greening with jobs).

 

La Conferenza sul clima di Bangkok si chiude con pochi progressi

Si è conclusa domenica scorsa a Bangkok (Tailandia) la Conferenza sul clima dell’Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), una sessione negoziale straordinaria prima della COP24 che si terrà il prossimo dicembre a Katowice (Polonia). La Conferenza, organizzata con l’obiettivo di concordare un documento condiviso tra i rappresentanti dei 190 Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi, con delle linee guida in grado di guidare i lavori della prossima COP24, si è conclusa con pochi risultati. “Abbiamo fatto troppi pochi progressi su alcuni temi”, ha dichiarato Patricia Espinosa, segretaria esecutiva dell’Unfccc. “In questo modo – ha aggiunto il presidente delle Isole Fiji Josaia Voreqe Bainimarama, che aveva presieduto i lavori della COP23 di Bonn – a Katowice, si rischierà il caos nonché la possibilità di un ulteriore ritardo nell’impegno urgente di combattere il cambiamento climatico e di dare piena attuazione all’Accordo di Parigi”. I principali obiettivi dell’Accordo sono:

  • Fermare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C dai livelli preindustriali, cioè prima del 1750 quando le concentrazioni di CO2 erano inferiori a 280 ppm (oggi sono superiori a 400 ppm) entro il 2030;
  • rivedere gli impegni dei singoli Stati firmatari ogni cinque anni per migliorare i livelli già raggiunti;
  • investire 100 miliardi di dollari ogni anno in programmi climatici nei Paesi in via di sviluppo.

Le volontà dei singoli Paesi sembrano non essere in sintonia con gli ambiziosi obiettivi contenuti nell’Accordo. A nulla è valso inoltre aver scelto Bangkok come sede dei lavori preparatori alla prossima COP24. Il 40% della capitale tailandese, dove vivono oltre 10 milioni di persone, rischia di trovarsi sommerso dal mare entro il 2030, ha fatto sapere Greenpeace. Un monito che dovrebbe far riflettere tutti i Paesi in vista della prossima Conferenza mondiale sul clima (COP24) che sarà ospitata dal 3 al 14 dicembre 2018, nella città di Katowice, in Polonia.


Nota:

1 trilione = 1000 miliardi

1 Gt = 1 Gigatone = 1000 tonnellate

1 Mg = 1 Megagrammo = tonnellata

fame mondo principale

La fame nel mondo aumenta e torna ai livelli di dieci anni fa

Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare e della denutrizione nel mondo, nel 2017 821 milioni di persone hanno sofferto la fame. Di questi 151 milioni sono bambini al di sotto dei cinque anni. La Coldiretti censisce circa 2,7 milioni di persone in Italia che vivono in condizioni di disagio alimentare, di cui 500 mila sono bambini con meno di 15 anni. I dati attuali rendono difficile immaginare di raggiungere l’obiettivo “Fame zero” dell’Agenda 2030 (Goal 2). 


Una persona su nove nel mondo soffre la fame

La fame nel mondo aumenta e torna a livelli di dieci anni fa. Ad evidenziarlo sono i dati contenuti nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare e della denutrizione nel mondo, presentato martedì 11 settembre presso la sede romana della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Alla pubblicazione del rapporto, oltre che la FAO, hanno partecipato il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF), il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Si stima che 821 milioni di persone nel 2017  hanno sofferto la fame (17 milioni in più rispetto al 2016), vale a dire una persone su nove a livello globale (Figura 1). Oltre 500 milioni vivono in Asia, circa 256 milioni si trovano in Africa e 40 milioni in America Latina e ai Caraibi. Di questi, 151 milioni (nel 2012 erano 169 milioni) sono bambini al di sotto dei cinque anni con ritardi nella crescita, nell’apprendimento e nelle capacità richieste dagli impegni futuri. A livello globale, l’Africa e l’Asia rappresentano le aree dove si concentra il maggior numero di bambini che soffrono la fame, rispettivamente il 39% e il 55% del totale. La piaga della denutrizione in età infantile rimane estremamente elevata anche in Asia, dove quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni ha un peso basso per la sua altezza (in America Latina e nei Caraibi la proporzione è di uno su cento). Inoltre, una donna su tre in età potenzialmente fertile risulta affetta da anemia; ciò ha conseguenze significative per quanto riguarda la salute e lo sviluppo sia della donna che del bambino. A questo proposito, sottolinea il rapporto, nessuna regione tra quelle colpite da questo fenomeno ha mostrato un calo e il numero di donne affette in Africa e in Asia risulta essere quasi tre volte superiore a quello registrato in Nord America.

 

Figura 1. Variazioni nel numero delle persone che soffrono la fame nel mondo nel periodo 2005 – 2017 (elaborazione dal Rapporto 2018 sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo)

 

Il rapporto annuale della FAO annovera tra le principali cause dell’aumento del numero di affamati nel mondo, oltre ai conflitti e alle crisi economiche, anche i cambiamenti climatici. La variabilità del clima ha infatti ripercussioni sull’andamento delle piogge e può causare eventi climatici estremi come siccità e alluvioni prolungate nel tempo, producendo conseguenze disastrose sull’agricoltura dei Paesi più vulnerabili a tali fenomeni. Dal rapporto emerge che i cambiamenti climatici stanno minando la produzione di importanti colture come grano, riso e mais nelle regioni tropicali e temperate e, con il progressivo aumento delle temperature a livello globale, la situazione è destinata a peggiorare. I dati mostrano che la prevalenza del numero di persone denutrite è più alto nei Paesi altamente esposti ad eventi climatici estremi. E il numero sale quando l’esposizione ad eventi climatici estremi si accompagna ad un’elevata percentuale della popolazione che dipende da sistemi agricoli altamente sensibili alle precipitazioni e alla variabilità delle temperature. Secondo il rapporto le anomalie delle temperature nelle aree agricole hanno continuato ad essere superiori alle media nel periodo 2011 – 2016 (Figura 2), portando a ondate di siccità e alluvioni sempre più frequenti negli ultimi anni. Anche la natura delle stagioni delle piogge sta cambiando, con l'inizio tardivo o precoce delle stagioni piovose e un’ineguale distribuzione delle precipitazioni nel corso di un anno. I danni alla produzione agricola contribuiscono a ridurre la disponibilità di cibo, con effetti a catena che causano aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e perdite di reddito che riducono ancora di più l'accesso delle persone al cibo.

 

Figura 2. Crescita del numero di eventi climatici estremi (alluvioni, tempeste, siccità e aumento delle temperature) nel periodo 1990 – 2016 (elaborazione dal Rapporto 2018 sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo)

 

Nonostante i numeri allarmanti sullo stato della denutrizione nel mondo, la FAO segnala un aumento del numero di persone in età adulta obese che nel 2017 è salito a quota 672 milioni, ovvero una persona su otto a livello globale, ai quali si aggiungono circa 38 milioni di bambini sotto i cinque anni che sono in sovrappeso. Il fenomeno è diffuso soprattutto nel Nord America, ma anche in Asia e in Africa si registra un trend al rialzo. Malnutrizione ed obesità sono due fenomeni, spiega il rapporto, che coesistono in molti Paesi del mondo e possono riscontrarsi nelle stesse famiglie, dove si registra uno scarso accesso al cibo nutriente, dovuto ad un costo più alto dei prodotti, maggiore stress di vivere in uno stato di insicurezza alimentare e altri adattamenti fisiologici dovuti alle privazioni sulla tavola i quali possono favorire un più elevato rischio di cadere in una situazione di sovrappeso od obesità. 
 

I dati della Coldiretti

In riferimento al rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare e della denutrizione nel mondo, la Coldiretti ha pubblicato i dati relativi all’Italia. Nel nostro Paese il problema della fame e delle carenze alimentari riguarda oggi quasi mezzo milione di bambini di età inferiore ai 15 anni, su un totale di circa 2,7 milioni di persone che vivono in una condizione di disagio (dati elaborati sulla base degli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura). Si tratta di famiglie che hanno beneficiato di sostegni per mangiare attraverso l’accesso alle mense dei poveri e la consegna di pacchi alimentari.

Questi ultimi vengono scelti soprattutto dai pensionati, disoccupati e famiglie con bambini che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti in strutture caritative. In particolare, 114 mila persone nel 2017  hanno usufruito dei servizi offerti da mense e altre strutture caritative, mentre oltre 2,5 milioni di persone hanno preferito ricevere pacchi alimentari. Ad oggi, sottolinea la Coldiretti, si contano in Italia 10.607 strutture tra mense e centri di distribuzione ufficialmente riconosciute dall’Agea per la distribuzione degli aiuti.

Tutto ciò avviene, fa sapere la Coldiretti, a fronte di un allarmante spreco alimentare: ogni anno in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market) vengono gettate via 3,6 milioni di tonnellate di cibo per un valore economico di circa 16 miliardi di euro. Gli sprechi domestici rappresentano la quota percentuale maggiore, il 54% del totale, e a seguire compaiono quelli della ristorazione (21%), della distribuzione commerciale (15%), dell’agricoltura (8%) e della trasformazione (2%). 

 

Rimane distante l’obiettivo “Fame zero” dell’Agenda 2030

Alla luce dei dati sull’aumento del numero di persone che soffrono di denutrizione nel mondo, le Nazioni Unite chiedono l’attuazione di interventi mirati a garantire l’accesso universale al cibo e invitano i singoli Paesi a prestare maggiore attenzione a quella parte della popolazione più vulnerabile alle conseguenze dannose dello scarso accesso al cibo, in particolare donne e bambini. Il rapporto chiede inoltre maggiori sforzi nella promozione di politiche volte all’adattamento, alla mitigazione e alla riduzione del rischio di catastrofi naturali di origine climatica, senza le quali, sottolinea l’ONU, sarà difficile raggiungere l’ambizioso obiettivo dell’Agenda 2030, il Goal 2, denominato “Fame zero” che prevede di sconfiggere la piaga della fame nel mondo entro il 2030.

Parchi solari_principale

Parchi solari ed eolici possono rendere i deserti africani più verdi e piovosi

Grazie all’istallazione di grandi impianti solari ed eolici, le regioni del Sahara e del Sahel avrebbero considerevoli benefici in termini di aumento delle piogge e livello di vegetazione, con enormi vantaggi  per quanto riguarda l’agricoltura, lo sviluppo economico e il benessere sociale del continente africano. 


Gli impianti solari ed eolici possono avere effetti locali sul caldo, sul livello di umidità e su altri fattori che possono essere favorevoli o dannosi nelle aree in cui vengono realizzati. Un recente studio dal titolo Climate model shows large-scale wind and solar farms in the Sahara increase rain and vegetation, pubblicato sulla rivista scientifica Science da un team internazionale di ricercatori, dimostra che l’istallazione su larga scala di grandi impianti solari ed eolici nel deserto del Sahara e nel vicino Sahel aumenterebbe le temperature locali, il numero di precipitazioni annuali e il livello di vegetazione presente sul territorio. Precedenti studi hanno mostrato l’efficacia di questo approccio in termini di riduzione del riscaldamento globale, spiegano i ricercatori che hanno condotto lo studio, anche se, sino ad oggi, mancava ancora uno studio approfondito sugli effetti dovuti ai cambiamenti sul livello di vegetazione. I ricercatori fanno sapere inoltre di aver scelto l’area compresa tra il Sahara e il Sahel come macroregione da studiare perché si tratta della zona desertica più grande al mondo e di un’area praticamente disabitata ed estremamente sensibile ai cambiamenti sul territorio. Inoltre, il Sahara e il Sahel si trovano in Africa e sono quindi vicino all’Europa e al Medio Oriente, entrambe regioni che hanno un elevato e crescente bisogno di energia.

Il modello presentato nello studio mostra un’area di circa 9 milioni di chilometri quadrati, a sud del Sahara (compresa una parte del vicino Sahel), dove verrebbero istallati grandi impianti solari ed eolici. In questo modo, si prevede una produzione annuale di circa 3 terawatt (1000 miliardi di watt) attraverso gli impianti solari e di 79 terawatt grazie a quelli eolici. Per dare un’idea delle dimensioni del progetto bisogna considerare che nel 2017 la domanda globale di energia è stata pari a 18 terawatt, cioè una potenza inferiore a quella che potrebbe essere prodotta grazie ai parchi solari ed eolici tra il Sahara e il Sahel. Il modello descrive poi i cambiamenti a livello locale: i parchi solari ed eolici, oltre a produrre energia, favorirebbero l’innalzamento delle temperature e il numero di precipitazioni annuali nella regione desertica. Per quanto riguarda i parchi eolici, ciò avviene grazie alle turbine della pale eoliche che, spostando grandi masse d’aria e portando di notte quelle più calde verso il basso, aumentano l’evaporazione e, di conseguenza, la possibilità che possa piovere. I ricercatori stimano che le precipitazioni nelle regioni del Sahara e del Sahel crescerebbero rispettivamente di 0,25 – 0,59 mm/giorno e di 2,23 – 3,57 mm/giorno (Figura 1). 
 

Modello di crescita del numero di precipitazioni sul larga scala grazie ai parchi solari ed eolici nelle regioni del Sahara e del Sahel

Figura 1. Le precipitazioni nelle regioni del Sahara e del Sahel, indicate in figura, crescerebbero rispettivamente di 0,25 – 0,59 mm/giorno e di 2,23 – 3,57 mm/giorno (fonte: “Climate model shows large-scale wind and solar farms in the Sahara increase rain and vegetation”, 2018)
 

L’aumento del numero di precipitazioni, conseguenziale all’istallazione di grandi impianti solari ed eolici, farebbe crescere il livello di vegetazione presente nella regione che, a sua volta, contribuirebbe ad un ulteriore aumento delle precipitazioni. I ricercatori concludono che l’aumento delle piogge e della vegetazione, combinati con la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (solare ed eolico), potrebbe portare enormi vantaggi all’agricoltura, allo sviluppo economico e al benessere sociale del continente africano.