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L’Italia è tra le eccellenze europee nella gestione dei rifiuti

L’Italia si conferma tra i paesi più virtuosi a livello europeo nella gestione dei rifiuti, con il 79% dei rifiuti raccolto ogni anno. Prima la Germania. Seguono Italia, Francia e Gran Bretagna. Presentato a Roma il rapporto “L’Italia del Riciclo 2017” realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e dal FISE-Unire. Resta ancora elevata la quantità di rifiuti pro-capite prodotta dai cittadini nelle principali città italiane.


“L’Italia del Riciclo 2017”

La quantità di rifiuti destinata al recupero è più che raddoppiata dal 1999 al 2015, passando da circa 29 a 64 milioni di tonnellate, mentre l’avvio a smaltimento si è drasticamente ridotto da 35 a 18 milioni di tonnellate. Nel complesso, l’Italia si conferma tra i paesi più virtuosi a livello europeo, subito dopo la Germania, con il 79% di rifiuti raccolto ogni anno, seguita da Francia e Gran  Bretagna. Questo è quanto emerge dal rapporto “L’Italia del Riciclo 2017”, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE Unire (Unione Nazionale Imprese Recupero) e presentato a Roma lo scorso 14 dicembre (Figura 1). Secondo il rapporto, nel 2016, sono stati avviati a riciclo 8,4 milioni di tonnellate di imballaggi, il 3% in più rispetto al 2015. I dati migliori sono stati riscontrati nelle filiere di alluminio, acciaio e legno. Sono rimasti stabili invece quelli relativi alla carta (80%) e all’acciaio (77,5%). Per quanto riguarda i rifiuti organici, che rappresentano la parte principale dei rifiuti che vengono riciclati, è stato registrato un aumento di percentuale: dal 40% del 2011 si è passati al 41,2% nel 2016, raggiungendo i 107,6 kg per abitante.

 

Figura 1. Roma, 14 dicembre 2017, presentazione del rapporto “L’Italia del Riciclo 2017” (foto: Andrea Campiotti)

 

Tuttavia, la quantità di rifiuti pro-capite prodotti nelle maggiori città italiane (Roma, Milano, Napoli e Palermo) risulta essere ancora tra le più elevate in Europa (oltre 500 kg per abitante), circa il 40% in più rispetto a Praga e Madrid e il 25% in più rispetto a  Berlino. La figura 2 mostra la quantità di rifiuti prodotti in Italia (t/a) secondo il “Rapporto Rifiuti Urbani 2017” dell’ISPRA. 

 

Figura 2. Rifiuti urbani prodotti in Italia (t/a) secondo il “Rapporto Rifiuti Urbani 2017” (fonte: ISPRA)

 

«L'industria italiana del riciclo – ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, nel corso dell’evento – ha raggiunto livelli di eccellenza in Europa, sebbene occorra un ulteriore avanzamento sia tecnologico sia normativo per raccogliere le opportunità ambientali ed economiche offerte dall’economia circolare». Ad oggi, sottolinea il rapporto, sono oltre 10.500 le imprese italiane che svolgono attività di gestione, recupero e smaltimento dei rifiuti. Ronchi ha aggiunto: «Il piano nazionale dell’Industria 4.0 deve interessare anche il settore dell’economia circolare. Sarebbe utile un’Agenzia nazionale per l’efficientamento del settore». Sul tema è intervenuto anche il Sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo che ha ribadito: «L’Italia è leader nel settore dell’economia circolare, tuttavia, c’è poca consapevolezza tra le persone. Dobbiamo rendere più chiare e omogenee le norme circa il riciclo dei prodotti e riconoscere agevolazioni fiscali sia ai cittadini sia alle imprese.».

 

La situazione dei rifiuti in Europa

Secondo Eurostat, l’Ufficio Statistico dell'Unione Europea, nel 2015 i paesi membri dell’Unione Europea hanno prodotto circa 242 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui oltre il 68% (circa 165,7 milioni di tonnellate)in soli cinque Stati (Italia, Spagna, Regno Unito, Germania e Francia). Attualmente in Europa, il settore della gestione dei rifiuti genera un fatturato complessivo di 155 miliardi di euro e ne produce quasi 50 di valore aggiunto. Tuttavia, a livello europeo, ancora si bruciano o si mettono in discarica oltre il 50% dei rifiuti prodotti, mentre la prevenzione dei rifiuti, la rigenerazione, la riparazione e il riciclaggio potrebbero generare – secondo dati della Commissione Europea – risparmi netti per le imprese europee pari all'8% del fatturato annuo, riducendo al contempo l'emissione di gas serra del 2-4%. Si stima inoltre – sulla base dei dati disponibili al 2013-2014 – che rispetto ai rifiuti prodotti e alle tecnologie oggi impiegate per la produzione di energia da rifiuti (termovalorizzatori, impianti di incenerimento, impianti di digestione anaerobica e altre tecniche), si potrebbe ottenere una produzione di energia pari almeno a 676 PJ (1 PJ equivale a 252 miliardi di kcal, cioè l’energia contenuta in circa 25 mila tonnellate equivalenti di petrolio). Inoltre, grazie allo sviluppo di tecnologie sempre più innovative, si potrebbe aumentare di oltre un quarto l’energia prodotta (Towards a better exploitation of the technical potential of waste-to-energy, EUR 28230 EN, 2016).

 

Il ruolo del compost in Italia

In Italia la quantità di frazione organica (umida e verde), che rappresenta la porzione principale deirifiuti urbani raccolti e avviati a riciclaggio, ha raggiunto pro-capite i 107,6 kg per abitante ogni anno, con una percentuale che è passata dal 40% del 2011 al 41,2% del 2016. In particolare, secondo l’ISPRA, gli impianti di compostaggio hanno prodotto nel 2016 circa 1,6 Mt di compost che, dal punto di vista normativo, viene classificato come “Ammendante Compostato Verde” (ACV). Con questa definizione si indica un materiale solido granulare ottenuto mediante il processo di compostaggio di scarti organici costituiti principalmente da residui vegetali derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato (sfalci d’erba, potature, ramaglie), da residui di coltivazioni agricole e/o di lavorazione del legno. L’ACV viene usato come fertilizzante per la coltivazione di colture di pieno campo e per la manutenzione del verde ornamentale e ricreativo.

 

Figura 3. Quantità di rifiuti organica riciclato in Italia nel periodo 2011-2016 (fonte: ISPRA)

 

Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) ha riportato recentemente la necessità di mettere a punto una filiera della produzione di compost in grado di utilizzare le migliori tecnologie di recupero del rifiuto organico e di sviluppare strategie di valorizzazione e commercializzazione del compost funzionali all’impiego nel settore agricolo, floro-vivaistico, forestale e paesaggistico. Inoltre, il CIC  ha sottolineato di non trascurare la produzione di biometano per il trasporto e/o da immettere in rete che ormai rappresenta una grossa opportunità per le imprese. Secondo il CIC, i 23,5 milioni di tonnellate di “ammendanti compostati”, prodotti negli ultimi 25 anni, hanno reso disponibili sul mercato dei fertilizzanti circa 300.000 tonnellate di azoto, 190.000 di potassio e 170.000 di fosforo. In ultima analisi, l’uso del compost, di provenienza certa e privo di contaminanti, in sostituzione di concimi minerali e di sintesi per la fertilizzazione del suolo agricolo, consentirebbe di recuperare sostanza organica per reintegrarla nei terreni, contribuendo ad aumentare la fertilità biologica dei suoli, a ripristinare i siti contaminati da composti tossici e ad evitare fenomeni di erosione dei suoli.

H2020 Residue2Heat. Il Politecnico di Milano è partner del progetto

Grazie alle potenzialità dell’olio ricavato per pirolisi dalla biomassa per la produzione di calore nelle abitazioni è possibile ridurre notevolmente le emissioni di gas ad effetto serra e riciclare le ceneri.


Il Politecnico di Milano è partner del progetto H2020 Residue2Heat che rivela come sia possibile ridurre notevolmente le emissioni di gas ad effetto serra e riciclare le ceneri utilizzando il bio-olio ottenuto per pirolisi veloce di biomasse per il riscaldamento residenziale.

 

 

L’obiettivo del progetto di ricerca "H2020 Residue2Heat" è utilizzare vari flussi di residui della biomassa per la generazione di calore nelle abitazioni. Mediante il processo di pirolisi veloce, i residui della biomassa sono trasformati in un bio-olio (FPBO), un biocarburante di seconda generazione adatto alla combustione in una caldaia domestica opportunamente modificata. È possibile avere una riduzione tra il 77% e il 95% delle emissioni a seconda delle materie prime utilizzate per tale bio-olio. Questo è il risultato di un’analisi condotta nell’ambito del progetto Residue2Heat. Tali valori rivelano che sono soddisfatti i requisiti relativi alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra dell’attuale direttiva europea sulle energie rinnovabili (RED) nonché quelli della direttiva futura (RED II).

Tramite il recupero e il riciclo delle ceneri durante la produzione di olio da pirolisi, è possibile ottenere effetti ambientali positivi. Le indagini hanno mostrato che le ceneri ottenute durante il processo di produzione del bio-olio sembrano avere effetti positivi sulla crescita delle piante in esperimenti su piccola scala. Inoltre, le proprietà fisiche e chimiche di tali ceneri sembrano simili a quelle derivanti da altri tipi di ceneri. Uno dei possibili vantaggi potrebbe essere la loro applicazione come ammendante per terreni agricoli.

Inoltre, è stata elaborata un’analisi del rischio di sostenibilità per la produzione di olio da pirolisi basata sui residui forestali e la combustione in una caldaia domestica di piccola scala. In tale analisi sono state incluse varie materie prime, quali paglia di cereale, cortecce e miscanthus. In principio, tutte le materie prime analizzate possono essere applicate in modo sostenibile per il riscaldamento residenziale attraverso il bio-olio. Sono stati identificati alcuni possibili rischi che devono essere monitorati e tenuti in considerazione nell’applicazione di tali materie prime, ad esempio mediante certificazione della sostenibilità:

  •  stock di carbonio: mantenere bilanciato il tenore di carbonio nei suoli in seguito alla raccolta;
  • cambiamento indiretto della destinazione dei terreni: la coltivazione non deve sostituire la produzione alimentare;
  • biodiversità: mantenere la qualità del suolo e i nutrienti quando si utilizzano i residui di biomassa;
  • uso a cascata delle biomasse: applicare le biomasse (residue) per i prodotti e il consumo diretto di energia.

L’intero potenziale dell’olio da pirolisi ottenuto dai residui di biomassa per il riscaldamento residenziale sarà ulteriormente esplorato nel progetto Residue2Heat. Nell’ambito del progetto sono condotti studi di mercato relativi a tale nuovo combustibile e al relativo sistema di riscaldamento modificato, che forniranno ulteriori conoscenze per un’ottimale lancio sul mercato. L’obiettivo a lungo termine del progetto “Residue2Heat” è produrre il bio-olio attraverso i residui agricoli e forestali che non possono essere usati per la produzione di alimenti e mangimi e non comportano un cambiamento indiretto della destinazione dei terreni. L’approccio concettuale mira a ottenere biomasse locali, convertirle in bio-olio in strutture produttive relativamente piccole con una capacità di trasformazione tra le 20.000 e le 40.000 tonnellate di biomassa all’anno e distribuire il combustibile a livello locale ai consumatori finali.

Il progetto Residue2Heat ha beneficiato del finanziamento del programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione europea ai sensi della convenzione di sovvenzione N. 654650

 

Il consorzio del progetto Residue2Heat

Il progetto di ricerca dell’Unione europea “Residue2Heat” combina lo sviluppo delle tecnologie produttive nella produzione di combustibili rinnovabili con lo sviluppo di sistemi di riscaldamento per il mercato residenziale. Il consorzio è composto da tre università, tre istituti di ricerca e tre piccole e medie imprese provenienti da cinque diversi paesi:

  • RWTH Aachen University (coordinatore del progetto, DE);
  • OWI Oel-Waerme-Institut GmbH (coordinatore tecnico, DE);
  • BTG Biomass Technology Group B.V. (NL);
  • VTT Technical Research Centre of Finland Ltd. (FI);
  • MEKU Energie Systeme GmbH & Co. KG (DE);
  • IM-CNR Istituto Motori, Consiglio Nazionale delle Ricerche (IT);
  • PTM Politecnico di Milano (IT);
  • BTG BioLiquids B.V. (NL);
  • UIBK University of Innsbruck, Institute of Microbiology (AT).
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I negoziati della COP23 procedono lentamente. Nel frattempo, crescono gli investimenti nella finanza sostenibile

Alcuni timidi passi in avanti, poche decisioni e molti rinvii. Così si è conclusa la ventitreesima edizione della Conferenza mondiale sul clima della Nazioni Unite (Cop23). Dopo sei anni di discussione l’agricoltura entra a far parte dei negoziati. A due anni dalla Cop21, Parigi ospita il One Planet Summit. Nel frattempo, crescono gli investimenti nella finanza sostenibile.


Le Isole Fiji lanciano il “Dialogo di Talanoa”

La ventitreesima edizione della Conferenza mondiale sul clima della Nazioni Unite (Cop23) si è conclusa da alcune settimane ma il dialogo verso un’intesa globale nella lotta al cambiamento climatico prosegue. I lavori della Cop23 – presieduta dalle Isole Fiji, ma ospitata per ragioni logistiche a Bonn, in Germania – si sono ufficialmente conclusa la mattina del 18 novembre dopo dieci giorni di negoziati internazionali, da alcuni – i più scettici – definiti un vero e proprio omaggio ai riti dell’”eco-diplomazia”. Alla Cop23 è stato riconosciuto che gli impegni presi finora verso l’attuazione dell’Accordo di Parigi, tra i quali quello di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C dai livelli preindustriali (prima del 1850), non sono sufficienti. Nonostante le misure auspicate, infatti, sostiene l’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), le emissioni antropiche porteranno comunque il pianeta verso un aumento della temperatura globale tra i 2,9 e 3,4 °C entro fine secolo, con conseguenze ambientali disastrose: ondate di calore, inondazioni e periodi di siccità più frequenti e intensi, impatti sulle specie animali e vegetali, una maggiore diffusione delle malattie e un notevole aumento dei decessi. Ad accelerare le “infinite” trattative della Conferenza sono state le Isole Fiji, che hanno lanciato il Fiji Momentum for Implementation, un documento volto a far accelerare il percorso di attuazione degli impegni presi in vista dell’Accordo di Parigi. Tra i principali obiettivi del documento compaiono:

  • Linee guida di carattere generale al fine di accelerare gli impegni presi per contrastare il cambiamento climatico e completare il programma di lavoro dell’Accordo di Parigi entro il 2018;
  • Disposizioni per rafforzare l’implementazione e le ambizioni per i piani da attuare prima del 2020, anno in cui sarà operativo l’Accordo di Parigi;
  • Delineamento del Facilitative Dialogue 2018, conosciuto anche con il nome di “Dialogo di Talanoa” per fare periodicamente il punto sugli sforzi e i progressi verso gli obiettivi dall’Accordo di Parigi.

Il termine “Talanoa” nella lingua fijiana significa “parliamoci con il cuore” ed è proprio questo l’appello che fanno le Isole Fiji, uno dei paesi più vulnerabili al mondo di fronte ai cambiamenti climatici, ai paesi che hanno firmato l’Accordo mondiale sul clima. Il Dialogo avrà inizio a gennaio 2018 e si concluderà a novembre dello stesso anno nel corso della Cop24 di Katowice. Nei dieci mesi che precederanno la Cop24, i Paesi che hanno aderito all’Accordo di Parigi lavoreranno in un processo decisionale collettivo che dovrà portare avanti l’”agenda del clima globale”. 

 

Alcuni timidi passi in avanti

Sugli impegni da adottare di qui al 2020, le decisioni sono state poche e i rinvii molti. Per quanto riguarda le azioni di riduzione delle emissioni di CO2 da implementare prima del 2020, nel corso della Cop23, è stato stabilito che entro maggio 2018 i paesi firmatari dovranno rendere conto delle loro politiche climatiche, con una valutazione finale (stocktake) che dovranno presentare alla Cop25 nel 2019 – ancora non è nota la città che la ospiterà – oltre alla redazione di report sugli impegni finanziari. In particolare, durante la Conferenza di Bonn, si è discusso circa il Green Climate Fund (di cui si parla già da alcuni anni), cioè il fondo di 100 miliardi di dollari annui dedicato ai Paesi più poveri e vulnerabili ai cambiamenti climatici, previsti dal 2011, ribaditi nell’Accordo di Parigi, ma finora mai stanziati integralmente.

Un rapporto dell’Ocse pubblicato ad ottobre 2016, indicava in 58 miliardi di dollari la cifra raggiunta in cinque anni da tutti i paesi aderenti all’iniziativa. Tuttavia, dal rapporto emerge che solamente il 16% del totale dei finanziamenti è stato stanziato per i programmi di adattamento. Per quanto riguarda i combustibili fossili, durante la Conferenza, circa una ventina di paesi – tra i quali anche l’Italia – hanno annunciato di voler stringere un’alleanza internazionale per il superamento dell’uso del carbone al 2030 (Power past coal alliance). A tal proposito, l’Italia ha già presentato la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) in cui viene – secondo le stime – anticipata l’uscita dal carbone al 2025, per arrivare a un taglio definitivo delle emissioni di CO2 derivanti dall’estrazione di carbone entro il 2050. L’obiettivo dell’Alleanza è quello di arrivare a cinquanta adesioni prima dell’apertura della Cop24 di Katowice. 

 

L’agricoltura tra i temi chiave dei negoziati

Altro avanzamento importante si è avuto per quanto riguarda il settore dell’agricoltura. Da ormai sei anni si discuteva circa l’attuazione di un programma di lavoro che riguardasse l’agricoltura e la sicurezza alimentare e che andasse a implementare l’Accordo di Parigi. Nel corso della Conferenza di Bonn, il tema dell’agricoltura è entrato a pieno titolo nei negoziati internazionali. Finora, infatti, i paesi in via di sviluppo si erano sempre mostrati restii a concordare obblighi di riduzione delle emissioni di CO2 derivanti dall’agricoltura – settore fondamentale per l’economia di molti dei paesi più poveri – e, allo stesso tempo, i paesi industrializzati non avevano mai espresso in modo chiaro la volontà di sovvenzionare programmi di sviluppo nei paesi in via di sviluppo. Secondo un recente rapporto della FAO, pubblicato in concomitanza con i lavori della Cop23, agricoltura, silvicoltura e cambiamenti nell’uso del suolo (ILUC) sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni di CO2 globali. Inoltre, sottolinea la FAO, oltre un quarto delle perdite e dei danni causati da disastri climatici – che oggi colpiscono soprattutto i paesi del Sud del mondo – interessa l’agricoltura, tasso che sale all’80% se si tiene conto degli effetti più lenti, come le siccità. Si stima che il settore agricolo, inclusi forestazione e altri usi del suolo, contribuisce per circa il 21% alle emissioni globali di gas serra (GHG) di origine antropogenetica, soprattutto metano (CH4), protossito di azoto (N2O) e anidride carbonica (CO2). In particolare, le attività zootecniche, ci dice la FAO (Tackling climate change through livestock, 2013) sono responsabili per circa il 14,5% delle emissioni GHG (7,1 Gt di CO2per anno). Contemporaneamente, l’agricoltura ha il potenziale di mitigare tra le 5,5 e le 6 Gt di CO2ogni anno attraverso il sequestro di carbonio nel suolo. In Italia, il 7% delle emissioni di CO2 (circa 420 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, secondo il rapporto ISPRA 2014) deriva dal settore agricoltura. La FAO ricorda che buone pratiche e tecnologie innovative e sostenibili per gestire gli allevamenti e i reflui potrebbero diminuire significativamente le emissioni GHG provenienti dal comparto zootecnico (Figura 1). 

 

Figura 1. Contributo degli allevamenti animali alle emissioni GHG (fonte: FAO’s Work on Climate Change, United Nations, Conference 2017)

 

Altro settore di interesse è rappresentato dal degrado del suolo che, secondo la FAO,  ha finora favorito il rilascio in atmosfera di circa 78 miliardi di tonnellate di carbonio. La Figura 2 mostra la quantità di carbonio presente nei primi 30 cm di profondità del suolo, in tonnellate per ettaro nei diversi paesi del mondo. La FAO riporta che la rigenerazione dei suoli degradati e l’impiego di tecniche di agricoltura conservativa possono rimuovere dall’atmosfera fino a 51 miliardi di tonnellate di carbonio che potrebbero essere sequestrati (accumulati) nel suolo con benefici in termini di aumento della produzione annuale dei prodotti agricoli di oltre 17 milioni di tonnellate. 

 

Figura 2. Mappa GSOC – Global Soil Organic Carbon (Fonti: FAO, ITPS, Global soil partnership, 2017)

 

La mappa GSOC rappresenta uno strumento di informazione per monitorare le condizioni dei suoli, identificare le aree degradate, stabilire i livelli di ristrutturazione, esplorare i potenziali del sequestro di SOC (Soil Organic Carbon), sostenere i rapporti sulle emissioni di gas serra nell’ambito dell’Unfccc e di evidenziare le decisioni per combattere il cambiamento climatico in termini di mitigazione e/o adattamento. Inoltre, non è secondario sottolineare, come già riportato nel rapporto dell'Oxfam “Disuguaglianza climatica”, che il 10% della popolazione più ricca della Terra è responsabile del 50% delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, mentre la metà più povera della popolazione mondiale, circa 3,5 miliardi di persone, ne produce solo il 10%, ma è la prima vittima di alluvioni, siccità e altri cataclismi legati agli effetti del cambiamento climatico.In aggiunta a ciò, non è secondario sottolineare che lo spreco di cibo, quantificabile annualmente in circa 1,6 miliardi di tonnellate, genera l’8 % del totale annuale di emissioni GHG, con un costo complessivo di 2600 miliardi di dollari ogni anno, di cui 700 miliardi per costi ambientali e 900 miliardi per costi sociali (FAO’s Work on Climate Change, United Nations, Conference 2017).

 

Non c’è un pianeta B. Crescono gli investimenti nella finanza sostenibile

A due anni esatti dalla firma dell’Accordo di Parigi – era il 12 dicembre 2015 – i governi di tutto il mondo si sono ritrovati nuovamente a Parigi. La mattina del 12 dicembre si è tenuto nella capitale francese il One Planet Summit, vertice internazionale con l’obiettivo di raccogliere finanziamenti sia pubblici che privati per la lotta al cambiamento climatico. 

 

Figura 3. One Planet Summit, Parigi, 12 dicembre 2017

 

Al summit – al quale hanno preso parte capi di stato, gruppi bancari, rappresentanti di Ong e investitori di tutto il mondo – le notizie positive non sono mancate. La Banca Mondiale, tra gli organizzatori del summit, ha dichiarato che non finanzierà più, a partire dal 2017, l’esplorazione e l'estrazione di petrolio e gas, tranne che in casi particolari nei paesi in via di sviluppo, e ha annunciato di voler fare maggiore trasparenza sulle emissioni di gas ad effetto serra prodotte dai progetti finanziati, già dall’anno prossimo.

Nel corso del summit, inoltre, è giunta la notizia che uno dei più grandi fondi pensioni del Giappone, un colosso da 1275 miliardi di dollari di attivi, ha cominciato a diversificare e a investire nei green bonds e nelle quote dei cosiddetti fondi ISR (Investissement Social et Résponsable), partendo da una cifra iniziale di 10 miliardi di dollari. Anche l’italiana Enel, insieme con altre otto grandi aziende, ha promesso di sostenere la diffusione delle emissioni di titoli verdi per un valore di 26 miliardi di dollari. Sul “carro dei green” sono poi saliti BnpParibas, il primo gruppo bancario francese, che ha deciso di non investire più nelle aziende petrolifere e di spostare risorse nella finanza sostenibile, oltre all’Edf – Electricité de France, l’azienda energetica nazionale. Quest’ultima ha annunciato di voler realizzare circa 30 mila ettari di campi fotovoltaici (per la produzione di 30 gigawatt) entro il 2035, e l’AXA, un’importante compagnia assicurativa francese, che si è data l’obiettivo di investire fino a 12 miliardi di euro, entro il 2020, nella finanza sostenibile ma anche di disinvestire almeno 3 miliardi di euro dalle aziende che producono energia da fonti inquinanti quali carbone e sabbie bituminose.

Sempre sul fronte delle aziende, a Parigi è stato lanciato il Climate action 100+, un’iniziativa che permette di mettere in relazione i maggiori gruppi di investimento del pianeta, con un patrimonio complessivo valutato in 26 trilioni di dollari (1 trilione equivale a circa 1000 miliardi). Queste scelte si allineano con un trend positivo degli investimenti fatti nella finanza sostenibile. Nel corso del 2017, fa sapere la Climate Bond Iniziative, sono stati investiti circa 150 miliardi di dollari in green bonds (contro gli 82 miliardi del 2016) e, secondo le previsioni dell’organizzazione, il valore complessivo degli investimenti potrà salire a 1000 miliardi a livello globale entro il 2020. 

Il One Planet Summit ha rappresentato una “mini-Cop” in vista dei prossimi appuntamenti dedicati al tema dei cambiamenti climatici, primo fra tutti, la prossima Cop24. Gli organizzatori (Governo francese, Nazioni Unite e Banca Mondiale) hanno annunciato che presenteranno un bilancio del summit entro la fine del 2018.

 

La Cop24 si terrà a Katowice, nel cuore carbonifero della Polonia

Sarà la città di Katowice, in Polonia, ad ospitare la prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (Cop24), che si terrà dal 3 al 14 dicembre 2018. Si tratterà di un evento cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici. A Katowice, infatti, si dovranno rivedere le cosiddette Ndc (Nationally determined contribution), ovvero le promesse avanzate dai vari paesi che hanno aderito all’Accordo di Parigi in materia di riduzione delle emissioni di CO2. La destinazione della prossima Conferenza sul clima è tuttavia singolare: la Polonia è tra i primi dieci paesi al mondo per riserve di carbone, grazie alle quali copre l’80% del fabbisogno energetico nazionale. Secondo una ricerca dell’istituto di ricerca WiseEuropa, la produzione di carbone nel Paese è ancora molto elevata (nel 2016, ad esempio, ha superato le 70 milioni di tonnellate). Katowice si trova in Slesia, la regione più ricca della Polonia e quella dove si trovano le principali riserve carbonifere del paese.

Alla prossima Cop24 sarà necessario stabilire un pacchetto di regole condivise per rendere operativi gli impegni presi a conclusione della Cop21 di Parigi nel 2015 (Rule Book). In particolare: definire una serie di azioni da intraprendere prima del 2020, anno in cui sarà operativo l’Accordo di Parigi; definire la questione dei finanziamenti necessari per lotta ai cambiamenti climatici e di quelli da stanziare per sostenere i paesi più vulnerabili, soprattutto quelli più poveri, alla minaccia climatica.


Nota:

  • CO2-eq (CO2equivalente): è un’unità di misura che permette di valutare le emissioni di gas serra diversi e con differente effetto serra. Ad esempio, una tonnellata di metano ha un potenziale effetto serra 21 volte superiore rispetto alla CO2, e quindi viene contabilizzato come 21 tonnellate di CO2equivalente. Maggiore è il GWP (potenziale climalterante) del gas considerato, più elevato sarà il suo contributo all’effetto serra (Intergovernmental Panel on Climate Change -IPCC).
  • Gt (gigatonnellata): quantità equivalente a 1 miliardo di tonnellate. Per confrontare direttamente le emissioni di CO2 con le concentrazioni di CO2, entrambe le grandezze debbono essere convertite in gigatonnellate (Gt) di CO2. Le emissioni di CO2 sono solitamente espresse in gigatonnellate di carbonio (GtC). Una Gt equivale ad un miliardo di tonnellate, però stiamo considerando soltanto il carbonio della molecola di CO2. La massa atomica del carbonio è 12, mentre quella della CO2 è 44. Pertanto, per convertire una Gt di carbonio in una Gt di CO2, occorre moltiplicare per 44 e dividere per 12. Dunque, una Gt di carbonio equivale a 3,67 Gt di CO2.